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Dentro il centro Papa Giovanni XXIII:
«Si è spezzata la routine degli ospiti
ma cerchiamo di limitarne le sofferenze»

ANCONA - La struttura riabilitativa di Posatora ha dovuto rimodulare o cancellare le attività a causa della pandemia, garantendo sicurezza agli utenti e al tempo stesso evitando loro il rischio isolamento. Lo sfogo di una mamma che porta il figlio al centro: «L’attività del nuoto agonistico sta continuando. E perché allora sospendere quella riabilitativa per i disabili?
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Laboratori al Centro Papa Giovanni XXIII

 

di Marco Benedettelli

Il centro diurno può essere frequentato dai beneficiari un giorno sì e uno no. Molte attività educative sono sospese o rimodellate, come quelle per la conquista dell’autonomia. Anche i volontari, che prima davano supporto in mille modi, ora non devono venire. La pandemia genera limitazioni e sofferenze anche, e ancor più, fra le persone con disabilità che vivono in strutture di accoglienza dove gli equilibri sono stati duramente spezzati. Lo spiegano bene le storie del Centro Papa Giovanni XXIII, realtà di Ancona che dagli anni Novanta si prende cura dei più vulnerabili. Qui, in ottemperanza alle indicazioni della Regione Marche per il contenimento del Covid 19 e nel segno della responsabilità, gli operatori del Centro hanno dovuto rivedere tante delle loro attività: «Si tratta, in questa fase critica, di evitare l’isolamento e il confinamento per i nostri ospiti, garantendo sicurezza. Stiamo ideando soluzioni creative» spiega Giorgia Sordoni, la coordinatrice e vicepresidente della cooperativa sociale di via Madre Teresa di Calcutta, nel quartiere di Posatora, dove fra centro diurno e strutture residenziali vivono una cinquantina di persone, uomini e donne di anche 60 anni con disabilità gravi e meno gravi. C’è il centro diurno, dove dalla 9 alle 16 passano le giornate 27 persone. E ci sono le strutture residenziali che ne accolgono altre 18. Per i centri diurni la Regione Marche ha disposto di dimezzare i servizi, allo scopo di favorire il distanziamento. Così al Centro Papa Giovanni XXIII i beneficiari si dividono in turni per andare, un giorno sì e uno no. E quando si resta a casa, tutto è nelle mani delle famiglie, spesso con genitori anziani. Come avviene nel caso di Juri, 42 anni, con la sindrome di Down, reduce da un lungo ricovero per Covid, di cui Cronache Ancona ha già raccontato la storia (leggi l’articolo). O come racconta V. B. (queste le sue iniziali), madre di un 34enne: «Mio figlio non può più frequentare le lezioni di nuoto. Si muove in carrozzina, ha una disabilità grave. Il moto in acqua gli è preziosissimo, solo lì è libero nei movimenti e per lui è una terapia importante, che ne contiene il peggioramento. Ora invece le sue lezioni alla piscina Domenico Savio con l’associazione Arcoiris sono sospese. Come madre lo ritengo ingiusto. L’attività del nuoto agonistico sta continuando. E perché allora sospendere quella riabilitativa per i disabili? – protesta la donna – I giorni che mio figlio è a casa sta con me e mio marito pensionati e non può fare nulla». In queste settimane sono state sospese tante altre delle iniziative che il personale della Papa Giovanni XXIII normalmente organizza per la cura dei disabili: i corsi di teatro, zumba, musica, il laboratorio di bomboniere solidali per cerimonie ed eventi, mentre la possibilità di organizzare e ospitare catering, pranzi o cene con la Ristorazione Solidale, altra risorsa di via Madre Teresa di Calcutta, momentaneamente funziona solo per i pasti da asporto. Paolo Cardinali è un educatore della struttura: «Abbiamo dovuto anche sospendere le attività per la conquista dell’autonomia. Dove guidiamo le nostre persone a prendere l’autobus o a fare spesa da soli. Queste attività sono state in parte rimodulate – commenta  –. Ora, condizioni meteorologiche permettendo, alcune si tengono all’aperto, come le passeggiate nel quartiere di Posatora nelle vicinanze della cooperativa. Oppure andiamo in centro ad Ancona, per far conoscere la città al nostro gruppo e, viceversa, per far familiarizzare i cittadini coi nostri ospiti. Però i movimenti sono limitati, sempre a causa del Covid il pulmino con cui ci muoviamo può trasportare solo la metà dei passeggeri». E infatti il Centro Papa Giovanni XXIII sta tenendo la campagna di raccolta fondi natalizia “Portaci al Centro!”, proprio per l’acquisto di un nuovo pulmino. Ma le limitazioni imposte dalla pandemia non coinvolgono solo il diurno. Il Centro Papa Giovanni XXIII conta due strutture residenziali, “Il Samaritano” e il “Don Paolucci” dove sette giorni su sette per 24 ore vivono diciotto persone con disabilità gravi o che non hanno più i genitori, e c’è “Casa sollievo”, l’appartamento che ospita chi sta sperimentando percorsi di autonomia, fuori dal consueto ambiente domestico. «In queste comunità è difficile far capire ai nostri ospiti la situazione e perché la loro normale routine sia spezzata, nello sforzo di proteggerli. Le uscite sono limitate. Non vedono più le volontarie e i volontari, che normalmente tenevano loro compagnia» racconta Alice Paladini, una delle educatici delle residenze. E poi c’è la questione delle visite parentali. Per scongiurare la sofferenza del confinamento totale, già provato nel primo lockdown, al Centro Papa Giovanni XXIII le visite parentali continuano all’aria aperta, nel vasto cortile e ben distanziati, così da garantire la sicurezza sanitaria. «Ci stiamo mobilitando, ognuno tira fuori il meglio di sé per limitare le sofferenze. Anche i nostri ospiti in tutti i modi si danno da fare per manifestare la propria gioia di vivere e voglia di partecipazione – racconta la coordinatrice Giorgia Sordoni – Una delle nostre convinzioni è che la disabilità non esiste, se non è la società a determinarne le condizioni».

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