di Gino Bove
Una lettera lasciata su una panchina, poche righe scritte a mano e un dolore che attraversa chiunque le legga. Succede al Cardeto, dove Barbara Pergolini si imbatte in quel foglio fissato con del nastro lungo un sentiero transennato. «Mi sono imbattuta in questo foglio: una denuncia forte, piena di dolore. Mi ha colpita profondamente», racconta. Non è solo una scoperta casuale: è un incontro improvviso con qualcosa di intimo, fragile, impossibile da ignorare.
Le parole, spezzate ma chiarissime, lasciano poco spazio all’interpretazione. “Ho pensato di buttarmi, ma so di non voler morire”, si legge. Poi il vuoto che si allarga: “È così difficile continuare a camminare… non mi sento visto nel mondo”. Frasi che pesano, che restano addosso. Barbara Pergolini le riconosce subito: «Non so chi l’abbia scritto, ma so riconoscere quel tipo di sofferenza», dice. E in quelle righe rivede qualcosa di universale: «È un vuoto che, in certi momenti, abbiamo sfiorato in tanti. Soprattutto da giovani, quando tutto è più intenso». Un’età in cui ogni ferita sembra definitiva, ogni notte senza fine. «Sembrano momenti eterni, senza via d’uscita», aggiunge, convinta che dietro quel foglio ci sia «qualcuno che sta lottando».
Eppure, proprio da quel dolore nasce una risposta che prova a tenere acceso qualcosa. «Mi ha fatto male leggerlo, ma mi ha ricordato che non siamo soli», confida Barbara in un post social. Non è una frase consolatoria: è un filo sottile a cui aggrapparsi. «A volte basta resistere un po’. Lasciare passare quel momento». Poi l’appello, diretto, umano: «Se oggi è difficile, non significa che lo sarà per sempre. È l’ora di combattere amico… forza!». Parole semplici, ma necessarie. Come quella lettera, lasciata lì, perché qualcuno la trovasse.
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