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Alluvione di Senigallia,
i pm: “Gravi carenze e ritardi”

INDAGINE – Rischiano il processo il sindaco Mangialardi e l'ex sindaco Angeloni insieme ad altri 9 tra tecnici e funzionari. La Procura mette sotto accusa la scarsa manutenzione degli argini, la mancata prevenzione dei fenomeni alluvionali e la realizzazione della pista ciclabile “Percorri Misa”, che avrebbe dovuto essere un'opera di sicurezza idraulica (Video)
martedì 29 Agosto 2017 - Ore 16:21
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L'alluvione di Senigallia del 2014 nelle immagini riprese dall'elicottero del nucleo forestale dei carabinieri

di Federica Serfilippi

Inchiesta alluvione di Senigallia, la procura chiude le indagini preliminari. In undici sono a rischio processo, tra i quali il sindaco Maurizio Mangialardi (leggi le sue dichiarazioni) e l’ex primo cittadino Luana Angeloni. Dopo la richiesta di proroga firmata a fine luglio dal gip, ai pm Irene Bilotta, Ruggiero Dicuonzo e Rosario Lionello è bastato un mese per avere un quadro chiaro della situazione e stringere il cerchio attorno ai presunti responsabili della tragedia che il 3 maggio 2014 provocò tre morti e 179 milioni di danni. Con le indagini chiuse, gli indagati potranno ora decidere se depositare una memoria difensiva o sottoporsi agli interrogatori. Poi, i magistrati potranno chiedere il rinvio a giudizio oppure stralciare qualche posizione, optando per l’archiviazione. Ad oggi, nella lista di chi rischia di trovarsi sul banco degli imputati si trovano 11 persone: Maurizio Mangialardi, Flavio Brunaccioni (comandante vigili urbani di Senigallia), Gianni Roccato (dirigente area tecnica Territorio e Ambiente di Senigallia), Massimo Sbriscia (ex dirigente Provincia settore Tutela e Ambiente), Fabio Gagliardi (all’epoca incaricato del piano di protezione civile della Provincia), Mario Smargiasso (direttore Autorità di Bacino Regione Marche), Marcello Principi (dirigente Autorità di Bacino), Libero Principi (dirigente Regione Lavori pubblici), Alessandro Mancinelli (ingegnere consulente esterno del comune) Luana Angeloni (ex sindaco comune Senigallia) e Roberto Renzi (ex dirigente della Provincia e attuale assessore della giunta Bacci a Jesi con le deleghe ai lavori pubblici e all’urbanistica). Le ipotesi di reato, ancora tutte da dimostrare, sono plurime. A vario titolo, compaiono contestazioni come il disastro colposo plurimo, omicidio colposo plurimo, morte o lesioni come conseguenze di un altro delitto, inondazione, delitto colposo contro la pubblica incolumità, pericolo di disastro e anche omissione in atti d’ufficio e abuso d’ufficio.

Le indagini condotte dai carabinieri del nucleo forestale

Tra i più bersagliati dalla procura ci sono Mangialardi, Roccato e Sbriscia, colpiti da 7 capi d’accusa. Per l’ex sindaco, ipotizzati il disastro colposo, omicidio colposo e morte o lesioni conseguenti ad altro delitto e il concorso nel reato di abuso d’ufficio. Quasi 40 le persone offese che potrebbero costituirsi parte civile in un eventuale processo futuro. Tra questi, ci sono i familiari dei tre anziani deceduti: Aldo Cicetti, travolto dall’acqua mentre era in casa, Nicola Rossi, stroncato da un infarto durante l’alluvione, e Iris Conti, morta il giorno dopo.

Le indagini, lunghe e complesse, sono state portate avanti dai carabinieri forestali. Impressionanti i numeri dell’inchiesta: esaminate 30 mila pagine tra atti e documenti, ascoltati 118 testimoni, analizzati tabulati telefonici e passate in rassegna le immagini delle riprese effettuate durante i giorni dell’emergenza dalle forze dell’ordine. Sotto la lente degli investigatori non è finito solo il 3 maggio 2014, ma anche tutti quegli aspetti legati alla gestione dell’emergenza, alle opere di prevenzione, all’utilizzo di soldi pubblici e alle istruttore per l’approvazione del piano dell’assetto idrogeologico (Pai) del Misa. In particolare, secondo gli inquirenti, il piano di protezione civile adottato dal Comune sarebbe risultato inapplicabile al momento dell’emergenza a causa di gravi carenze logistiche e ritardi connessi alla scarsa organizzazione dei servizi e all’assenza di un adeguato coordinamento. Dalla magistratura, rilevata anche l’inadeguatezza relativa alle attività di vigilanza idraulica e servizio di piena in prossimità degli argini del Misa. In pratica, da quanto emerso dalle indagini, non sarebbe stato predisposto alcun tipo di rafforzamento dei servizi poche ore prima dell’evento alluvionale nonostante la Regione avesse emanato con grande anticipo gli avvisi di criticità idrogeologica.

Sopralluoghi nell’alveo del Misa dei forestali

Per quanto riguarda lo stato del Misa, gli investigatori avrebbero ravvisato una scarsa manutenzione delle arginature, “figlia” di mancati interventi di programmazione o di lavori ritenuti dalla procura non tecnicamente adeguati o non rispondenti alle priorità indicate nel Pai. Nella deperimetrazione voluta dal Comune per mappare le aree a rischio idrogeologico, tra l’altro, non avrebbero trovato posto località come Borgo Molino e Borgo Bicchia, profondamente colpite dall’alluvione e già interessate dall’esondazione del 1976. Per gli inquirenti, risulterebbe stralciata anche una parte del centro storico della città invasa dall’acqua del fiume. Capitolo utilizzo dei soldi pubblici: oltre alla mancata realizzazione della casse di espansione, ritenute opere strategiche per arginare un’eventuale alluvione, i forestali si sono soffermati sulla costruzione del “Percorri Misa”, un’opera inizialmente definita come pista ciclabile, poi come “percorso di controllo e guardia idraulica”. Un cambiamento che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe stato effettuato solo per ottenere fondi europei e non per permettere il rafforzamento delle strutture considerate prioritarie per la difesa idrogeologica.

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