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Emergenza alimentare,
moltiplicate le richieste alla Caritas
«Soffrono i lavoratori fragili»

ANCONA - La consegna pasti avviene tramite take away alla mensa di via Astagno, dove viene a bussare chi non veniva più da anni, oppure chi in tempi normali passava solo di rado. Il direttore Simone Breccia: «Da qualche giorno c’è una lunga fila di persone che non avevamo mai intercettato prima»
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Il servizio Caritas

 

di Marco Benedettelli

Giovani e anziani, pensionati e disoccupati, stranieri e italiani, in una sessantina arrivano dai quattro angoli della città e si mettono in attesa, fuori dalla porta, a distanza di sicurezza. Dal diffondersi della crisi epidemica è raddoppiato, certe sere quasi triplicato, il numero delle persone che tutte le sere bussano alla soglia della mensa Caritas di via Astagno 74. Il servizio di cena ai tavoli è sospeso con la quarantena, ma la distribuzione pasti continua. Ora volontari e operatori preparano un primo, un secondo, pane e frutta e li sistemano in una busta. Beni alimentari che gli ospiti passano a ritirare ogni sera fra le 18 e le 19, sulla porta di ingresso del Centro Beato Ferretti dove presta i propri servizi l’Associazione Santissima Annunziata, braccio operativo della Caritas di Ancona e Osimo. «Per capire l’aumento delle domande di aiuto bisogna conoscere le dinamiche della povertà  – spiega Simone Breccia, direttore della Caritas diocesana di Ancona-Osimo  –.  Nella nostra società c’è un vasto gruppo di persone a rischio, che se le cose scorrono senza imprevisti riesce in qualche modo a rimanere a galla, ma quando arriva una crisi o una calamità, come la pandemia in corso, ecco che non si riesce ad arrivare a fine mese, ad avere abbastanza risorse per mangiare. E le richieste di soccorso presso le nostre strutture aumentano». Nel centro Caritas di Ancona sta tornando a bussare chi non veniva più da anni, oppure chi in tempi normali passa solo saltuariamente. Di più, sono tantissimi anche i nuovi utenti che prima non si erano mai rivolti alle porte della Caritas. «Patiscono sopratutto le categorie di lavoratori fragili. Nella nostra città, per esempio, i venditori ambulanti o i giostrai. E poi da qualche giorno c’è una lunga fila di persone che non avevamo mai intercettato prima», spiega Breccia. Ci sono individui che in questo periodo di assenza di lavoro, di isolamento e divisione non possono più chiedere un aiuto a familiari, ad amici. Ci sono persone di origine straniera che, in questa fase più che mai, non possono contare su una rete sociale di relazioni  in grado di venire in soccorso alle situazioni di povertà.

La distribuzione dei pasti

Da pochi giorni gli operatori si sono organizzati per consegnare anche mascherine e gel disinfettante a chi ritira il cibo. «Mi raccomando, lavati le mani, prendi tutte le precauzioni quando sei in prossimità di altre persone», sono le raccomandazioni ad ogni consegna, mentre i volontari invitano chi arriva sul piazzale della struttura a mantenere le distanze di sicurezza. Prima del lockdown, erano una trentina  gli ospiti del centro. Un carrello passava, i volontari servivano i pasti agli ospiti che, raccolti attorno alla tavola, vivevano la cena anche come un momento di incontro, di solidarietà, di compagnia e aiuto reciproco. Ora questa prassi è sospesa. Si prende il cibo e poi ognuno va per la propria strada. Cuochi e volontari intanto, all’interno della struttura, coperti di mascherina e guanti, cucinano, tagliano il pane, sistemano nelle buste i primi e i secondi sigillati in vaschette, lavano i pentoloni e igienizzano gli ambienti. Il lavoro è intenso. E se per la cena è rimasta funzionale la Caritas diocesana del quartiere di Capodimonte, per il pranzo a prestare soccorso è la Mensa di Padre Guido, in centro, dove il servizio mensa è sospeso ma si distribuiscono anche qui pasti da asporto sulla soglia della struttura. È sensibilmente aumentata pure l’utenza dei tre empori della Solidarietà della diocesi, l’ultimo inaugurato a febbraio a Falconara. Qui singoli e famiglie hanno la possibilità di fare spesa a prezzi calmierati con il Buono Viveri, una scheda a punti rilasciata dal Centro Ascolto Caritas, si entra non più di una persona alla volta. Ora che è chiaro a tutti come il lockdown si protrarrà fino al 13 aprile, il senso d’incertezza  inizia a produrre effetti psicologici sempre più gravi.

L’entrata della mensa

«Fragilità e solitudine sono diffusi, lo intercettiamo anche al nostro Centro di ascolto che in questa fase presta servizio telefonico», racconta il direttore della Caritas di Ancona e Osimo. Fra gli utenti ci sono anche tanti senza fissa dimora. «Persone a volte sprovviste di documenti che non hanno un letto per dormire e che in piena epidemia sono costrette a vivere dove capita», spiegano gli operatori della mensa mentre, protetti da mascherine, tengono nota dei pasti distribuiti,  mentre ascoltano le richieste di chi arriva. Nel Centro Beato Ferretti è rimasto operativo il servizio doccia, considerato essenziale. È stato riorganizzato per poter accogliere tre persone al giorno, così da igienizzare gli ambienti ad ogni uso. Al piano superiore della mensa c’è il rifugio di seconda accoglienza Casa Zaccheo dove alloggiano persone che stanno seguendo percorsi di inclusione sociale e anche loro sono protette in quarantena. Gli scorsi giorni, dodici senza tetto si erano accampati nella sala d’aspetto della biglietteria marittima, nel cuore del porto, in cerca di rifugio. È stato un poliziotto a mobilitare le associazioni, fino a garantire loro un riparo grazie all’intervento del Comune. Quegli stessi senza tetto si rivolgono alla Caritas per un pasto. Senza quel pacco di cibo, tutto risicherebbe di franare ancor di più nel caos e nella solitudine.



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