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Duplice omicidio di via Crivelli,
ipotesi ricorso alla Corte europea
dei diritti dell’uomo

ANCONA - Potrebbe rivolgersi all'organo internazionale Martina Giacconi, 18enne figlia delle vittime e condannata in via definitiva a scontare 16 anni di reclusione per il delitto commesso in concorso con l'ex fidanzato Antonio Tagliata. L'idea dell'istanza è nata dopo la lettura della sentenza di Cassazione, dove emergerebbe l'inattendibilità della ricostruzione fornita dal killer
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Antonio Tagliata con Martin, in una foto dal loro profilo Facebook quando lei era ancora minorenne

 

Il caso di via Crivelli potrebbe finire al vaglio della Corte europea dei diritti dell’uomo. A far ipotizzare un contesto giuridico  internazionale per la strage in cui persero la vita Fabio Giacconi e Roberta Pierini il 7 novembre 2015 è la lettura della sentenza di terzo grado emessa nei confronti della figlia della vittime, la 18enne Martina Giacconi. La ragazza, reclusa da quasi tre anni nel carcere minorile di Nisida, è stata condannata in primo grado a scontare 18 anni, poi scontati a 16 in secondo. Quattro in meno rispetto a quanto emesso nei confronti dell’ex fidanzato Antonio Tagliata. La Cassazione ha recentemente confermato per lei la pena, aprendo però uno spiraglio per un diversa lettura del delitto. Se, infatti, le motivazioni dei verdetti del tribunale minorile di via Cavorchie e dell’appello avevano delineato Martina come la mente di tutta la follia omicida perpetrata in via Crivelli, la sentenza della Cassazione riterrebbe il racconto fornito da Antonio inattendibile. Dunque, perderebbe valore quello “spara spara” che la 18enne – stando al racconto dell’ex fidanzato – avrebbe urlato per intimare Antonio a fare fuoco contro i coniugi Giacconi. Quello di Martina sarebbe un concorso per adesione, piuttosto che di istigazione, come sostenuto dai precedenti tribunali. La testimonianza del coimputato andrebbe tolta dal quadro probatorio, secondo la difesa rappresentata dall’avvocato Antonio Sfrappini. Ciò però non cambia la posizione della 18enne anconetana. Rimane, infatti, un dato certo: Martina ha aperto la porta di casa al boxeur di origine siciliana, consentendogli di sparare. Anche durante i colpi esplosi, la 18enne non avrebbe mosso un dito per fermare Antonio.  Il diverso profilo della ragazza delineato dalla Cassazione potrebbe spingere la difesa a ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Sia per Martina che per Antonio i rispettivi iter giuridici italiani sono ancora incompleti: se il boxeur attende che venga fissata l’udienza di terzo grado, l’ex fidanzata attende l’appello per un altro capo d’imputazione legato all’omicidio e non preso in considerazione durante il primo procedimento penale. Si tratta dell’accusa del porto abusivo dell’arma, la pistola con cui Antonio aveva sparato ai genitori di lei. In primo grado, alla 18enne sono stati inflitti dieci mesi di carcere.

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