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San Biagio “bella impossibile”,
nessun progetto né fondi per la ristrutturazione

ANCONA - Né la Curia né il rettorato sembrano intenzionati ad investire nella riqualificazione dell'edificio di culto settecentesco di corso Mazzini dal quale lo scorso ottobre caddero dei calcinacci da un cornicione e che presenta diversi problemi tra piccole lesioni, sporcizia della facciata monumentale ed infiltrazioni
mercoledì 27 Febbraio 2019 - Ore 13:43
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La messa in sicurezza del cornicione lesionato di san Biagio (foto d’archivio)

 

di Giampaolo Milzi

Povera San Biagio, sempre più bella impossibile. Dopo il distacco nell’ottobre scorso di frammenti edilizi e di mattoni dal cornicione che taglia trasversalmente la facciata. E visto – a distanza di mesi – che non vi è traccia di una effettiva volontà di progettare un suo “risorgimento” degno della pagina di storia che la chiesa settecentesca che si affaccia nella parte bassa di corso Mazzini rappresenta. Della serie non c’è un centesimo, fedeli e amanti del patrimonio architettonico di pregio anconetano. Basta chiedere all’ufficio Economato della Curia arcivescovile. Dove il funzionario di turno risponde: «La chiesa di San Biagio? E che c’entra l’Arcidiocesi Ancona/Osimo? È una chiesa autonoma, mica una parrocchia. Dipende da un rettorato. In ogni caso, qui in Economato, non ne sappiamo nulla di lavori di ristrutturazione, non c’è arrivato alcun progetto». Già, il rettorato. Guidato da don Alberto Pianosi, parroco della chiesa del Sacramento. Cronache Ancona lo ha sentito due volte, dopo che, ben prima di Natale, l’ingegnere Alessandro Molini aveva inviato la relazione all’Arcidiocesi, che gliela aveva commissionata, “sulle diverse problematicità che riguardano l’edificio di culto, che in ogni caso non presenta rischi imminenti per quanto riguarda il punto di vista statico”. Insomma, San Biagio sta in piedi. Già, ma ciò non significa che – come si desume dall’esito dei vari controlli eseguiti dal Molini – che non necessiti di un cantiere tale da poter operare a 360 gradi per riportarla da un lato alla sua originaria bellezza esterna e soprattutto, dall’altro, per configurare una sorta di assicurazione su un lungo futuro strutturale esente dal pericolo di nuovi incidenti. E un cantiere di questo tipo costerebbe all’Arcidiocesi una cifra molto sostanziosa, intorno ai 200mila euro. E cosa dice il rettore don Alberto Pianosi? «Stiamo procedendo per un progetto, poi si vedrà». Che progetto? E i tempi? E i tipi di interventi? E i fondi a disposizione? Una richiesta d’aiuto finanziario dell’Economato della Curia? No comment.
Più o meno intorno a Natale, l’arcivescovo Angelo Spina aveva letto con attenzione la relazione del consulente Molini, dichiarando di voler «prendere molto sul serio la questione dei lavori necessari». Giustificato, quindi, allora, un certo ottimismo. Ma ora, a fine febbraio, a fronte della mancanza della pur minima notizia di ipotesi fattive, restano solo poche parole, e in parte contraddittorie (come mai l’Economato della Curia si “smarca” dal caso?). Verosimile, dunque, immaginare che San Biagio continui a configurarsi a tempo indeterminato come una sorta di “uomo nero”, – basta guardare l’immagine avvilente e vergognosa della facciata, grigia scura com’è a causa di sporcizia e fuliggine – un immobile amatissimo e popolare, ma un po’ lugubre nel cuore del corso Vecchio.
Troppi 200mila euro, in base alle disponibilità ecclesiastiche, per allargare il cantiere ad interventi più corposi e in prospettiva “strategici” per rimettere davvero a nuovo San Biagio? A cominciare dall’esigenza di eliminare le fonti di forte umidità che hanno prodotto macchie di muffa – con sgocciolamenti – sul soffitto, per scongiurare il peggioramento della criticità? Senza contare che proprio tutta la copertura della chiesa – la piccola parte di tettoia vera e propria, così come il tetto del grande appartamento con terrazza che poggia su quasi tutto l’immobile (ultimo piano) – necessiterebbe di un’approfondita impermealizzazione. Troppi 200mila euro per decidere di incaricare un’azienda ingegneristica specializzata di installare un laboratorio in chiesa finalizzato ad attuare prove sulla tenuta e le capacità di resistenza dei materiali di costruzione usati all’epoca dell’edificazione e di elaborare una ricostruzione tridimensionale della chiesa, una specie di radiografia strutturale, così da avere al 100% la sicurezza di tenuta antisismica; il tutto dovrebbe poi confluire in un grande progetto? Molto probabilmente sì, questi suggerimenti dell’ingegnere Molini affondano nella casse semivuote del rettore e dell’arcidiocesi.
Ma che dire, sempre relazione alla mano, di alcuni interventi che sarebbero prioritari? Eccoli: ripulire a fondo il fronte che dà su corso Mazzini, compresa l’antica targa del 1782 che annuncia la decisione di Papa Pio VI di concedere l’indulgenza plenaria ai visitatori della chiesa; eliminare a regola d’arte la crepa (provvisoriamente riempita di calce) che caratterizza longitudinalmente il cornicione; rendere invisibili le tre lesioni superficiali presenti sopra il timpano e a lato del portale che, quando decenni fa si produssero, furono maldestramente tamponate senza badare al decoro; verificare se ancora regge (e in quale condizioni sia) la legatura dei tiranti con relative chiavi posizionata probabilmente dopo il terremoto del 1972 nella zona del cornicione. Per lavori di questo tipo, la spesa non dovrebbe superare i 20mila euro. Macché, neanche su questo budget minimo, si sbilancia don Alberto Pianosi. E la promessa dell’arcivescovo? Più una mano sul cuore, la sua, che sul portafoglio. Pare. Certo, salvo colpi di scena.
La storia. Povera San Biagio. Bella impossibile, fuori. Ma consoliamoci col fatto che dentro è bella davvero. Con il nome di San Biagio e del Suffragio, la chiesa fu costruita tra il 1745 e il 1748 su progetto di Giovan Battista Urbini, canonico di Santa Maria della Piazza (1697 – 1760), su commissione della confraternita di Santa Maria del Suffragio e di San Biagio, fondata agli inizi del XV secolo da una colonia di profughi Dalmati, gli Schiavoni.
L’edifico è a pianta rettangolare, ha un’unica navata che termina in un abside a pianta quadrata e coperto con volta a botte lunetta, ed è interrotta da una cappellina laterale con altare dedicato al Cristo Risorto. L’altare principale, i quattro laterali e le architetture che scandiscono e decorano le pareti conservano ancora gran parte del fascino originale. Gli stucchi che ornano la zona alta, come i capitelli delle lesene, i festoni nel fregio, la Gloria sopra l’altare maggiore, sono opera di Gioacchino Varlè, scultore anconitano del Settecento. Sempre sull’altare maggiore campeggia la pala che raffigura “San Biagio che intercede per le anime del Purgatorio”, di Domenico Simonetti detto il Magatta, pittore anconitano anche lui del Settecento. Gli altari laterali presentano altre importanti opere pittoriche: “L’Immacolata” di Bernardino Bini (pure anconetano), la “Madonna con bambino e i Santi Francesco di Paola e Giacomo Maggiore, di Francesco Maria Ciaraffoni (famoso pittore e architetto, Fano 1720 – Ancona 1802), e i Santi Nicola e Sant’Andrea Pescatore (tela proveniente dalla chiesa di Sant’Anastasia, poi Stella Maris) attribuita in modo non certo a Domenico Peruzzini (1602 – post 1671), versatile artista di grande spessore nato a Urbania che lavorò molto ad Ancona e nelle Marche.

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