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«Ma quali eroi, per noi infermieri
niente è cambiato
dopo l’emergenza Coronavirus»

ANCONA - Lo sfogo di Cinzia D'Arcangelo, operativa nel reparto di Clinica di Cardiologia di Torrette, dopo un mese passato nell'area Covid: «Tornata nelle mie corsie, mi aspettavo un po' più di comprensione e rispetto: ho sentito dirmi 'brutta' da un paziente e ho dovuto combattere con un altro che non voleva mettere la mascherina. Tutta la fatica dell'emergenza a cosa è servita?»
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Gli operatori sanitari di Torrette durante l’omaggio delle forze dell’ordine

 

Da una parte senso del sacrificio e soddisfazione per il lavoro compiuto. Dall’altra, amarezza e dispiacere per aver sbattuto contro il muro della realtà. C’è tutto questo nella lettera scritta da Cinzia D’Arcangelo, infermiera in servizio all’ospedale di Torrette. Operativa nella Clinica di Cardiologica, nell’ultimo mese ha lavorato in una delle aree Covid della cittadella sanitaria. Da pochi giorni è tornata nel ‘suo’ reparto e l’accoglienza, che doveva essere un ritorno alla normalità, non è stato dei migliori. Lo racconta in un lungo sfogo che ha deciso di condividere con il governatore Ceriscioli e il dg degli Ospedali Riuniti Caporossi.  «Nell’area Covid – afferma Cinzia –  la paura voleva prendere il sopravvento, ma non glielo ho permesso. Mi sono armata di coraggio e con i miei colleghi abbiamo fatto squadra per compiere al meglio il nostro dovere. Abbiamo pianto, sudato, riso, ma abbiamo soprattutto lavorato tanto rinchiusi in quelle tute: quello che normalmente si fa in un minuto, nel reparto Covid si fa in almeno tre. Nella mia esperienza, mi sono ritrovata in tutte quelle notizie che ogni giorno si leggono sui giornali e si sentono alla televisione: pazienti che chiamavano a casa per avvisare dell’intubazione, pazienti deceduti soli, senza il conforto dei familiari, telefonate dei parenti dei deceduti che in lacrime chiedevano dove si trovava il loro caro. Tutto questo lo può capire solo chi lo ha vissuto. Solo chi lo ha vissuto può capire quanto male provoca questo virus. Noi infermieri siamo entrati in questa emergenza a testa bassa e siamo usciti a testa alta, poichè ogni tampone risultato negativo è stato anche merito nostro. Dopo un mese ho fatto rientro nel mio reparto. Quando ho ricevuto la telefonata del cambio ho pianto perchè voleva dire che avevamo vinto una piccola battaglia in una guerra mondiale».

Il personale sanitario durante l’omaggio

Il ritorno alla base e lo schiaffo morale di una “normalità” ritrovata:  «Non mi aspettavo nulla, forse un po’ di empatia e comprensione in più da parte dei pazienti. Ci sono volute appena 12 ore per subire degli insulti. È molto triste dopo aver lavorato tanto, dal punto di vista fisico ma soprattutto psicologico, sentirsi dare della “brutta” (sì è vero, perchè questa esperienza mi ha segnato qualche ruga in più), vedere pazienti che si rifiutano di mettere la mascherina perché dicono che non serve a nulla, vedere pazienti che faticano a rispettare i protocolli per la salvaguardia della loro salute. Ma del resto ci sentiamo ancora dire che siamo pagati per questo. Mi fa male raccontare tutto questo, ma mi provoca tanta rabbia per la grande mancanza di rispetto che sicuramente adesso come non mai meriteremmo. Ripeto, non mi aspettavo nulla, solo un po’ di comprensione in più dopo tutto quello che abbiamo passato. Non apro nemmeno il discorso remunerativo, perchè  questo lavoro lo si fa per passione. Speravo che qualcosa cambiasse per noi infermieri, invece no. Era una guerra prima, lo è anche adesso».

(fe.ser)



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