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Donne infettate dall’Hiv,
Pinti condannato anche in appello:
«Chiedo scusa a Romina» (Foto)

ANCONA - 16 anni e 8 mesi di reclusione per il 36enne jesino accusato di aver trasmesso dolosamente il virus alle sue ex compagne. Il ravvedimento nelle dichiarazioni spontanee: «Perdono». La donna che lo ha denunciato: «Non credo a nessuna delle sue parole»
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Claudio Pinti prima di entrare in tribunale

di Federica Serfilippi (foto di Giusy Marinelli)

«Chiedo scusa a Romina per non averla messa al corrente del virus. Ho superato le tesi negazioniste. Giovanna? Sapeva che ero malato. Non le ho impedito di curarsi». Le parole non lo hanno salvato dalla condanna. La Corte d’Appello ha confermato questo pomeriggio i 16 anni e gli 8 mesi di reclusione inflitti in primo grado a Claudio Pinti, il 36enne jesino accusato di aver infettato con il virus dell’Hiv le sue ex compagne, Romina Scaloni e Giovanna Gorini, deceduta a giugno 2017 per una patologia tumorale collegata al virus. Era accusato di omicidio volontario e lesioni personali gravissime.

Romina Scaloni

La sentenza è arrivata dopo circa tre ore di camera di consiglio dei giudici della Corte d’Appello. Il processo si è aperto poco dopo le 10 con le dichiarazioni spontanee di Pinti, recluso nel carcere di Rebibbia. L’imputato, presentatosi con un look diverso rispetto alle udienze di primo grado, ha parlato per circa 20 minuti. «Ha voluto fornire la sua versione – ha affermato il difensore Massimo Rao Camemi – e si è detto dispiaciuto per il contagio della Scaloni. Ha anche sostenuto come con la Gorini sia andata diversamente». Lui l’avrebbe messa al corrente della sua sieropositività e non le avrebbe impedito di curare il virus prima e la patologia tumorale poi, come invece sostenuto dalla procura. «E’ turbato dall’esito della sentenza – ha continuato il legale – ma sapeva che poteva essere confermata quella di primo grado. Ha abbandonato le tesi negazioniste sull’Hiv ed è anche per questo che ha iniziato a curarsi. Le sue condizioni di salute non sono buone. In questo senso, la pena da scontare diventa disumana». In udienza, è stata chiesta la sostituzione della misura cautelare e il collocamento ai domiciliari. I giudici scioglieranno la riserva entro cinque giorni. Le parole di scusa non hanno convinto Romina, accompagnata in aula dal figlio e assistita dall’avvocato Alessandro Scaloni. «Lo conosco bene, so quale è la verità. Non credo a una sola parola di quello che ha detto. Sono contenta e sollevata per la sentenza».  Ad attendere il verdetto c’era anche Katiuscia, la sorella di Giovanna Gorini, assistita dagli avvocati Elena Martini e Cristina Bolognini: «Si è trattato di un femminicidio. Giustizia è stata fatta, è una sentenza più che giusta per la famiglia Gorini». Le motivazioni usciranno entro 90 giorni.

(servizio aggiornato alle 21,05)



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