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Donne infettate con l’Hiv:
«Pinti negava di essere malato
e ha lasciato morire l’ex compagna»

ANCONA - Depositate le motivazioni della sentenza d'appello che ha confermato la condanna a 16 anni e 8 mesi di reclusione per il 36enne jesino accusato di aver trasmesso il virus alle sue ex fidanzate, portandone una verso la morte. Dalle teorie negazioniste, al rifiuto dei farmaci (ora però ha iniziato a prenderli), alle chat in cui si vantava di aver curato la compagna correttamente finché non si era rivolta ai medici
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Claudio Pinti prima di entrare in tribunale

 

di Federica Serfilippi

Claudio Pinti ha agito con «piena consapevolezza dell’illiceità dei suoi comportamenti», conoscendo «perfettamente la sua condizione di sieropositività fin dal 2007». Da allora, ha manifestato «scetticismo nei confronti dei consigli della scienza medica, rifiutandosi di assumere le terapie farmacologiche consigliate e anzi giungendo a escludere l’esistenza stessa della malattia». L’atteggiamento ha messo a rischio la sua persona, ma ha minato «irrimediabilmente la salute e le prospettive di vita delle compagne, specie della Gorini, travolta dalle maniacali idee negazioniste che, sul suo più debole fisico, la portavano ad accelerare lo sviluppo della malattia, tanto da provocarne il decesso». Sono una parte delle motivazioni della sentenza d’appello che lo scorso 26 novembre ha confermato la condanna a 16 anni e 8 mesi di reclusione per il 36enne jesino Claudio Pinti, accusato di aver trasmesso il virus dell’Hiv all’ex convivente Giovanna Gorini, morta nel 2017, e all’ex compagna Romina Scaloni. In merito alla conferma della condanna, hanno assunto valenza «i comportamenti di mistificazione della realtà tenuti con la Scaloni, ma anche quelli di violenza psicologica tenuti con la Gorini, abbandonata alla malattia trasmessa dall’imputato senza che quest’ultimo le prestasse il dovuto accudimento ed anzi in un clima di sottovalutazione delle sofferenze». Per la difesa, Pinti non aveva tenuto nascosto alla Gorini il virus di cui è portatore e, quando lei ha scoperto la malattia, non le aveva impedito affatto di curarsi.

Romina Scaloni

Parere opposto del presidente della Corte d’Assise d’Appello, Giovanni Trerè, secondo cui «può dirsi quindi dimostrata, in via logica, la circostanza che Pinti non avesse informato la Gorini del suo stato di sieropositività all’Hiv, comportamento del resto tenuto con tutte le sue partner non solo successive ma anche precedenti alla vittima». E ancora: Giovanna è stata «indotta (se non costretta) a seguire il proprio compagno nella folle decisione di seguire le teorie negazioniste». Il negazionismo emerso verso la malattia e la medicina tradizionale è riportato anche nelle estrapolazioni delle chat intrattenute sui siti di incontri, dove  l’imputato, «si vantava di aver curato correttamente la compagna il cui decesso era da addebitare al momento in cui la Gorini si sarebbe “abbandonata ai medici”». Il tenore di una chat scritta da Pinti: «Stai parlando con uno che ha scelto di curare un tumore con acido ascorbico e bicarbonato di potassio… alla modica cifra di 23 euro al mese, con ottimi risultati… La mia ex compagna… sparito in tre mesi. Poi si è abbandonata ai medici e ha iniziato la chemio a prescindere. Due mesi ed è morta…». La difesa aveva inoltre chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche. Non concesse. Anche per l’atteggiamento tenuto da Pinti. «Stupisce, al di là delle comprensibili necessità difensive, l’atteggiamento di sprezzante negazione di qualunque grado di responsabilità (non necessariamente penalistica) nella vicenda riguardante la Gorini. Persino nell’ultima occasione offertagli, rappresentata dalle dichiarazioni spontanee rese nel corso del giudizio d’appello, ometteva di rivolgere parole di sincero dispiacere nei confronti dei parenti della Gorini, limitandosi a scuse non apparse sincere e convincenti rivolte alla sola Scaloni». Conclude così il giudice: «Unico elemento di novità, che non può che destare soddisfazione dal punto di vista umano, è rappresentato dall’intervenuta decisione del Pinti a sottoporsi alle terapie per tanti anni respinte. Si tratta di un dato che può darsi per acquisito e che in nulla può interferire sulla decisione di merito».

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