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Vertenza Elica, dopo il presidio
al Mise indetto nuovo sciopero

FABRIANO - Otto nuove ore di stop al lavoro oggi negli stabilimenti di Cerreto d'Esi e Mergo proclamate da Fim, Fiom e Uilm. Le proposte dell'azienda ieri al tavolo ministeriale sono state ritenute insoddisfacenti dai sindacati che ribadiscono «la necessità di costruire un piano industriale partendo dal lavoro che già c’è»
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Il corteo dei lavoratori Elica ieri a Roma

 

Prosegue la mobilitazione dei lavoratori di Elica. Dopo il tour de force di ieri a Roma con il presidio delle maestranze durato fino a sera davanti al Ministero per lo Sviluppo Economico dove  si svolgeva il tavolo di crisi, oggi sono state proclamate altre 8 ore di sciopero negli stabilimenti di Mergo e Cerreto D’Esi. Il  confronto tra vertici aziendali, rappresentanti sindacali e istituzionali è proseguito per circa 5 ore ma non è approdato ad alcun accordo definitivo. La proposta avanzata dalla multinazionale, che ha sospeso il piano strategico con la previsione di 409 esuberi, era incentrata sul  ‘salvaggio’ altri 75 posti di lavoro, oltre ai 145 già assicurati con il rientro in Italia della produzione del marchio di punta NikolaTesla. E’ stata però ritenuta insufficiente da Fim, Fiom e Uilm. Di qui la decisione di indire subito nuove ore di sciopero per la giornata di oggi.

«L’incontro di ieri al Ministero dello Sviluppo economico – sottolinea il Coordinamento sindacale unitario del Gruppo Elica – ha disilluso le aspettative che erano state create dagli annunci della multinazionale fabrianese, che si è presentata al tavolo istituzionale con proposte di modifiche al piano assolutamente insufficienti per costruire un progetto industriale che restituisca la centralità al territorio fabrianese, con una prospettiva solida e di lungo periodo, come invece era stato dichiarato dall’azienda, nel percorso iniziato insieme al Coordinamento sindacale dopo la presunta sospensione del piano. Le ulteriori 20 persone alle quali sarebbe garantito il lavoro con il reshoring di una parte residuale di produzioni dalla Polonia, non possono essere considerate uno sforzo sufficiente, così come non valutiamo adeguate le proposte di volumi ipotetici che dovrebbero realizzarsi a determinate condizioni nei prossimi due anni e che comunque restituirebbero circa 200 esuberi da gestire alla fine del 2023, dopo un probabile utilizzo pesante dell’ammortizzatore sociale nel biennio di riferimento. Abbiamo sempre affermato che in Elica non siamo in presenza di una crisi industriale : il lavoro c’è ma lo si vuol fare dove costa meno, in una mera logica finanziaria, e nell’incontro di ieri l’azienda, su specifiche domande del Coordinamento sindacale, non è stata in grado di smentire né il fatto che alcune produzioni di alta fascia stanno per lasciare lo stabilimento di Mergo con destinazione est Europa, né il fatto che stanno andando avanti importanti investimenti nello stabilimento polacco».

Il Coordinamento sindacale ribadisce pertanto la necessità di costruire un piano industriale partendo dal lavoro che già c’è, «discutendo su come si rendono efficienti e competitivi gli stabilimenti italiani, soprattutto con un adeguato piano di investimenti,- rimarcano i rappresnetanti di Fim, Fiom e Uolm e ragionando con le istituzioni e con l’azienda su come un progetto di questa natura può essere supportato dall’intervento pubblico, con gli strumenti che si possono utilizzare e su cui Elica non è voluta entrare nel dettaglio. La grande delusione delle lavoratrici e dei lavoratori che ieri hanno raggiungo Roma in 250 per sostenere e dare forza alla propria proposta per il rilancio della loro azienda, ha portato alla proclamazione immediata di 8 ore di sciopero per la giornata odierna ed alla ripresa dello stato di agitazione e della mobilitazione in tutte le sue forme, affinché si possa al più presto continuare una discussione costruttiva sugli impegni presi dalla stessa Elica e che sia rispettosa delle persone, del territorio, che non sposti il problema solo di qualche anno ma che garantisca un progetto, dove il lavoro ritorni anzichè andarsene e che diventi un modello da seguire per tutto il Paese».



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