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Ascolto, accoglienza
e vicinanza alle popolazioni terremotate,
i primi passi di monsignor Spina

ANCONA - Dopo la celebrazione nella cattedrale di San Ciriaco, il nuovo vescovo traccia le linee guida del suo mandato. Il ricordo del terremoto de L'Aquila che lo ha toccato da vicino, la volontà di costruire un cammino comune con i vescovi delle Marche, l'attenzione ai giovani ed alla tutela dell'ambiente
martedì 3 Ottobre 2017 - Ore 17:52
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L’arcivescovo Angelo Spina

 

La conferenza stampa di insediamento del nuovo arcivescovo di Ancona-Osimo, monsignor Angelo Spina

 

di Agnese Carnevali

L’ascolto della comunità, l’accoglienza – che non può mai essere disgiunta da prudenza, integrazione e legalità – il rispetto dell’ambiente, la vicinanza alle popolazioni terremotate ed ai giovani. Sono questi i temi chiave con i quali monsignor Angelo Spina, nuovo arcivescovo di Ancona-Osimo, apre il suo mandato.

Sessantatré anni, per 27 insegnante, giornalista, scrittore e poeta dialettale, monsignor Angelo Spina ha fatto il suo ingresso ad Ancona sbarcando in porto, domenica scorsa, dopo aver guidato la diocesi di Sulmona-Valva. Il cambiamento, dai monti di Sulmona al mare di Ancona, da una diocesi di 80 mila persone ad una di 230 mila, non lo spaventano. «Non è questione di come ci si trova in un luogo, ma di come si sta con se stessi − spiega l’arcivescovo −. Quindi sto bene e il benvenuto qui è stato bellissimo, non solo l’arrivo dal mare, ma anche l’abbraccio del sindaco Valeria Mancinelli che ho interpretato come l’abbraccio di tutta la città. Domenica in duomo ho toccato con mano che qui c’è un popolo attento. Ho sentito la sua vicinanza».

Le prime sfide da affrontare? «Nessuna in particolare − afferma − ma ci sono sfide tutti i giorni. La prima cosa che farò di certo è l’ascolto, lo stare accanto alle persone, perché c’è la conoscenza di libri, ma poi è il contatto con le persone che crea una vera comunità. Il mio è un invito a camminare insieme. Penso a questi tempi, in cui spesso c’è paura, quella del terrorismo per esempio. La paura ti fa chiudere nell’io ed allora prevale l’individualismo, invece bisogna avere fiducia negli altri».

L’ascolto della comunità e l’incontro con essa hanno già infittito l’agenda di monsignor Spina che domani (4 ottobre) San Francesco patrono d’Italia sarà a San Francesco alle Scale per una celebrazione con le autorità civili. Ieri (2 ottobre) la riunione con l’ufficio delle comunicazioni sociali. Poi domenica 8 ottobre la messa al duomo di Osimo. E ancora nella seconda metà di ottobre gli esercizi spirituali ad Assisi insieme a tutti i vescovi e vescovi emeriti delle Marche ed al cardinale Edoardo Menichelli. Il terremoto uno dei temi che gli alti prelati intendono affrontare insieme. «Io ho celebrato il primo funerale delle vittime del terremoto de L’Aquila − riprende monsignor Spina −. Alle tre del pomeriggio di quel 6 aprile del 2009 ero sul luogo più colpito della diocesi per dire che a Sulmona avevamo allestito un centro per accogliere quanti erano rimasti senza casa. Ricordo i calcinacci caduti sul volto ed il pensiero di non sapere se fossi uscito vivo o morto da quella scossa. So, dunque, cosa significa essere colpiti dal terremoto».

Le ferite lasciate dal sisma sulle terre marchigiane, ma prima su quelle abruzzesi e prima ancora su quelle molisane – sua terra natale – uno degli elementi che accomuna le tre regioni, che monsignor Spina vorrebbe sempre più legate e vicine. «Le distinzioni di ciascun territorio sono importanti, ma credo anche in questo caso che il cammino vada fatto insieme. Ci accomunano molte cose. Non solo le ferite del terremoto, ma anche i temi di tutela dell’ambiente, un patrimonio che riceviamo e le sue bellezze vanno custodite e utilizzate come risorsa per vivere ed il tema dell’accoglienza». In un mondo che cammina sempre di più, l’aprirsi agli altri, agli stranieri, ai migranti diventa imprescindibile. «Accoglienza che va di pari passo con la prudenza, l’integrazione e la legalità. Non può esistere l’una senza le altre».

Poi il pensiero ai giovani, in vista anche del sinodo a loro dedicato che si aprirà nel 2018. «Il punto è come comunicare bene con loro − sostiene −. Le generazioni di oggi sono profondamente diverse da quelle che le hanno precedute e molto è dovuto alla rivoluzione digitale. Penso che il punto sia non tanto fare qualcosa per i giovani, ma fare qualcosa con i giovani. Essi hanno cuori generosi ma vanno seminati». Il riferimento è anche alla crisi delle vocazioni ed alle crescenti difficoltà, anche in città, di tenere aperte le parrocchie e garantire la celebrazione delle messe. «Non parlerei di crisi delle vocazioni − precisa monsignor Spina − in seminario abbiamo otto giovani. Ma dobbiamo iniziare a pensare alla chiesa come ad una chiesa ministeriale, nella quale ciascun battezzato è responsabile e fa la sua parte, il parrocco deve saper mettere insieme il tutto. La chiesa non è un supermecato dove dico le preghiere, prendo il mio servizio e me ne vado, la chiesa deve essere comunità».

 

 

 

 

 

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