facebook rss

Prigioniera in casa da 45 giorni col virus:
«Alla fine ho scelto il Covid hotel
per ridare libertà almeno ai miei cari»

OSIMO - Fabiola Dolcini, campionessa e allenatrice di atletica oggi è stata trasferita in un albergo di Marzocca. «Con l'ultimo Dpcm è stato esteso il tempo di quarantena ai familiari conviventi di pazienti positivi e non potevo permettere che mio marito e mio figlio continuassero a restare ancora in isolamento preventivo con me. Ho scoperto di essere contagiata perchè dopo la febbre sono svenuta nella mia abitazione e mi hanno fatto il tampone chiesto 10 giorni prima. Nessuno invece ha pensato di sottoporre anche loro al test» racconta
Print Friendly, PDF & Email

Fabiola Dolcini

 

 

Prigioniera con i familiari in casa, convive con il Covid 19 nella quarantena domiciliare ormai da 45 giorni. Per ridare libertà al marito e al figlio minore costretti all’isolamento fiduciario con lei, ha chiesto di essere trasferita in un Covid hotel a Marzocca di Senigallia. Con l’entrata in vigore del Dpcm del 26 aprile anche i suoi parenti sarebbe stati infatti costretti ad allungare da 14 a 28 giorni la loro permanenza domestica. «Un incubo che ho voluto evitare almeno a loro» racconta Fabiola Dolcini a Cronache Ancona. L’osimana di 55 anni è una sportiva conosciutissima in città per i suoi trionfi nelle gare di velocità sulla pista d’atletica e in veste di allenatrice del squadra master femminile dell’Atletica Osimo. Fabiola è abituata a sacrifici e rinunce nello sport, ma stavolta ha avuto paura. In queste lunghissime settimane a contatto con il coronavirus non è mai stata ricoverata. A partire dall’11 marzo ha accusato febbre alta e mal di testa, perdita del gusto ma nessuna crisi respiratoria. Il 19, per la spossatezza, è svenuta in casa mentre attendeva ancora di essere sottoposta al tampone. «Per fortuna che è accaduto – confida a telefono – altrimenti nessuno si sarebbe curato di farmi il test, nonostante il mio medico di famiglia, il dottor Achille Ginnetti, lo avesse sollecitato a più riprese. Sarei uscita di casa, non sapendo di essere positiva, e mi fa star male il solo pensiero che avrei potuto infettare altre persone».

Il decorso della sua malattia sta maturando lentamente. Fabiola ancora oggi non ha sviluppato anticorpi e quindi è stata costretta, fino a stamattina, a trascorrere la convalescenza, con tutte le precauzioni del caso, a pochi metri di distanza dai suoi parenti che non manifestando sintomi non sono mai stati sottoposti al tampone. «Le mie giornate sono scorse via chiusa in una stanza di 12 metri quadrati per evitare contatti con mio marito e mio figlio di 25 anni. – passa in rassegna i suoi pensieri – Se non mi fossero stati accanto, non so come avrei fatto. Devo ringraziare loro e il mio medico che hanno avuto per me parole di conforto nei momenti più bui. E poi i tanti amici, i conoscenti che mi hanno telefonato solo per manifestarmi solidarietà o domandarmi come stavo, per raccontarmi le loro storie di quarantena, alcune così simili alla mia. Ho sofferto, ho temuto di non farcela e ho anche pregato tanto il Signore perché mi aiutasse a superare questa fase della mia vita così difficile». Tre vite separate dalle pareti di un piccolo appartamento. Le docce fredde arrivate una dopo l’altra con i referti dei test che reiteravano la positività al virus. Poi si è aggiunto anche il prolungamento della quarantena da estendere ai familiari conviventi di pazienti positivi. Ed è scattato un moto di ribellione positivo che nella mente dell’osimana  deve aver cancellato con un colpo di spugna la rassegnazione.

Fabiola è una pasionaria che affronta sempre a cuore aperto i problemi, soprattutto quelli che portano a risoluzioni per il bene comune. «Alla fine ho dovuto scegliere a malincuore: per ridare la libertà almeno ai miei familiari, sono stata costretta ad allontanarmi – dice – Loro hanno insistito tanto perché non andassi al Covid hotel che ho trovato grazie al mio medico: sono preoccupati per la mia salute. Dopo questa sistemazione però io sarò di nuovo sottoposta a tampone il prossimo 12 maggio e se anche il secondo, programmato per il 26 maggio, sarà negativo, potrò finalmente uscire da qui, dove c’è l’assistenza di due infermieri. Mio marito e mio figlio, senza me in casa, potranno invece farlo già il 12 maggio». L’appello lanciato da Fabiola Dolcini alle istituzioni regionali è quello di avviare uno screening massivo anche sui familiari dei contagiati. «Ci ripetono da mesi che gli asintomatici sono i veicoli più insidiosi del contagio ma poi non vengono fatti i tamponi a chi presenta sintomi lievi e tanto meno ai familiari delle persone risultate positive. – sottolinea – Si, mi sono sentita abbandonata e credo anche che sia arrivato il momento di cambiare strategia nella battaglia contro questo nemico invisibile. Per favore, fate più tamponi».



Articoli correlati

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page



X