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«Covid, seconda ondata non previbile
La cura va iniziata ai primi sintomi
Importante il calo di ricoveri in intensiva»

L'INTERVISTA - Stefano Gasparini, specialista in pneumologia, parla a 360 gradi sulla situazione del Coronavirus nelle Marche. Dalla riorganizzazione di Torrette nella fase di emergenza, agli eccellenti risultati nella ricerca ottenuti da università e azienda ospedaliera dorica, alla possibile ripresa del virus in autunno, all'indice Rt nelle Marche, alla prevenzione e a cosa correggere rispetto quanto si è fatto in Italia a marzo
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Stefano Gasparini

 

di Adriana Malandrino*

Che l’Azienda Ospedali Riuniti di Ancona avesse professionalità eccellenti al suo interno, era cosa nota. Ma l’emergenza legata al Covid-19 ha permesso di apprezzare ancor di più coloro che hanno combattuto in prima linea durante mesi durissimi. Tra questi c’è Stefano Gasparini, specialista noto a livello internazionale, esempio e guida per tanti studenti e specializzandi e un lungo curriculum alle spalle: attualmente è professore ordinario di malattie dell’apparato respiratorio e direttore della Scuola di Specializzazione in malattie dell’apparato respiratorio dell’Università Politecnica delle Marche, oltre che responsabile del programma “Sviluppo della Pneumologia Interventistica”. Gasparini ha raccontato a Cronache Ancona la sua esperienza e fatto chiarezza su alcuni importanti questioni.

Professor Gasparini, come ha risposto l’ospedale di Torrette all’emergenza Covid-19?

«Anche l’Azienda Ospedali Riuniti di Ancona, come molti altri ospedali specie in nord Italia, è stata travolta dallo tsunami legato alla pandemia Covid-19 e l’ospedale di Torrette ha gestito complessivamente oltre 350 pazienti. Ai primi di marzo, in coincidenza con l’avvio del lockdown, è iniziata l’emergenza nel nostro ospedale, ovvero l’arrivo continuo in pronto soccorso di pazienti febbrili, con difficoltà respiratoria e positivi al tampone. La Pneumologia è stata tra le specialità maggiormente coinvolte dall’emergenza, essendo la polmonite l’espressione clinica più grave dell’infezione da coronavirus, e di conseguenza è stata necessaria una immediata riorganizzazione delle nostre attività, per far fronte all’inatteso e cospicuo afflusso di pazienti».

Come vi siete organizzati?

«Già dalla fine di febbraio, osservando quanto stava accadendo in Lombardia e temendo che anche noi saremmo stati travolti dall’emergenza, ci siamo preparati limitando i ricoveri cosiddetti “in elezione”, ovvero pazienti che avrebbero potuto attendere per il ricovero senza che questo compromettesse la loro salute, favorendo le dimissioni dei pazienti migliorati o meno gravi. In tal modo il 13 marzo, quando è scattata l’emergenza, in meno di 12 ore la Pneumologia si è trasformata in terapia semintensiva respiratoria con 12 posti letto per pazienti Covid-19 con quadri severi di polmonite e insufficienza respiratoria, con tutto il personale medico dedicato in turni per coprire le 24 ore. Ai 12 posti letto di terapia semintensiva si sono aggiunti due giorni dopo altri 36 posti letto per pazienti sempre Covid positivi, ma con quadri meno gravi e a minore intensità di cura, che non richiedevano il supporto ventilatorio. Nel contempo, c’era la necessità di proseguire con l’attività di broncoscopia che consentiva metodiche di prelievo che potevano essere utili sia nei pazienti Covid sia in casi di malattie severe non Covid correlate. In tal senso abbiamo rapidamente riorganizzato questo settore con la realizzazione di un sistema di pressione negativa nella sala endoscopica, per facilitare il deflusso delle goccioline di aerosol generate durante le procedure e potenzialmente veicolo di infezione: il nostro ufficio tecnico è riuscito a realizzare un sistema di aspirazione di aria in circa 2 ore. Abbiamo inoltre elaborato un protocollo che definiva le modalità di utilizzo dei dispositivi di protezione individuale per la messa in sicurezza degli operatori. Questo ha permesso di non interrompere l’attività broncoscopica, consentendo di erogare prestazioni anche a pazienti infetti o provenienti da altre regioni dove invece tale attività era stata sospesa».

L’ingresso del pronto soccorso durante l’emergenza

Le risorse sono state sufficienti per affrontare l’emergenza?

«Questa mole di lavoro ha richiesto l’apporto di nuovi medici e la direzione ha immediatamente attivato, con procedura d’urgenza, l’assunzione mediante contratto a tempo determinato dei giovani specializzandi in Malattie dell’Apparato Respiratorio che frequentavano il 3 e 4 anno della Scuola di specializzazione. Anche gli specializzandi del primo anno hanno portato il loro contributo, gestendo i 6 posti letto di degenza ordinaria che erano stati lasciati, in area non infetta, per problematiche respiratorie severe non Covid correlate. Colgo l’occasione per sottolineare lo straordinario spirito di sacrificio e di abnegazione che in questo frangente ha dimostrato tutto l’organico della Pneumologia, dalla direttrice Lina Zuccatosta che ha avuto il gravoso compito di coordinare tutta questa riorganizzazione, ai medici strutturati che voglio qui citare, ovvero i dottori Di Marco Berardino, Grilli, Mei, Paolini, Re, Recanatini, Sediari, agli specializzandi, i dottori Cirilli, Duranti, Gonnelli, Latini, Spurio Vennarucci, al personale universitario rappresentato dalla professoressa Bonifazi che, nonostante abbia partecipato al lavoro assistenziale, è riuscita comunque a portare avanti interessanti progetti di ricerca, alcuni dei quali già pubblicati su prestigiose riviste scientifiche. L’arrivo travolgente e drammatico di malati, con la necessità di dover trovare continuamente nuovi posti letto e la necessità di creare un percorso che facilitasse la gestione degli stessi, dall’accettazione in pronto soccorso al ricovero nelle aree dedicate, sono state sicuramente le maggiori difficoltà che siamo riusciti a superare grazie allo strenuo lavoro svolto da tutti i colleghi sopra citati e da una una collaborazione stretta tra la direzione ospedaliera e un gruppo multidisciplinare che ha visto coinvolti il pronto soccorso, le rianimazioni, le malattie infettive, la radiologia, le cardiologie e tutti i medici e infermieri dell’Ospedale reclutati per l’emergenza».

C’è una storia di speranza che ha vissuto in ospedale durante questa emergenza da Covid-19?
«L’esperienza umana del Cov 3, così è stata denominata per la fase d’emergenza la nostra Pneumologia, è stata intensa. Ogni paziente ricoverato, ne abbiamo avuti complessivamente 112, portava con sé la speranza della guarigione. La tragedia di questa pandemia è stata quella di separare il malato dai suoi cari, l’impossibilità di vedere i propri familiari qualunque cosa accadesse. L’unico ponte fra il malato e i congiunti erano i sanitari che in serata fornivano telefonicamente il cosiddetto “bollettino medico”, cercando di tranquillizzare e sottolineare ogni minimo miglioramento clinico per dare speranza ai familiari a casa. Il caso forse più emblematico, come segno di speranza, è stato quello di una giovane donna ammalatasi di polmonite da Coronavirus nelle ultime settimane di gravidanza e giunta in pronto soccorso in condizioni disperate. Intubata, è stata sottoposta a cesareo, poi trasferita in rianimazione e quindi nel nostro Cov3. Dalla fine di maggio è a casa con il suo bambino, entrambi in salute».

L’ospedale da campo a Torrette

Qual è la situazione nelle Marche al momento? 
«Le Marche hanno avuto fin dall’inizio della pandemia una distribuzione eterogenea dei casi, speculare a quanto verificatosi nel resto dell’Italia, ovvero massima incidenza di casi nel nord della regione e pochi casi al sud, per esempio Macerata e Ascoli. Attualmente direi che nel complesso la situazione della nostra regione è sotto controllo. I nuovi casi sono sporadici, al 18 luglio abbiamo 3 nuovi casi, c’è solo un paziente ricoverato in terapia intensiva a Pesaro e solo 2 casi ricoverati in strutture non intensive, mentre l’ospedale di Torrette ormai da svariati giorni è Covid free».

In alcune regioni l’indice di contagio RT preoccupa, pensa che la situazione possa peggiorare anche nelle Marche?

«L’indice RT, un parametro che misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva e rappresenta il numero medio delle infezioni prodotte da ciascun individuo infetto dopo l’applicazione delle misure di contenimento della pandemia di Covid-19, è nelle Marche 0.63, cioè un valore che si colloca nella media nazionale che va dallo 0,02 della Basilicata all’1,61 del Veneto. Fare una previsione sul futuro non è possibile, in quanto le variabili che influenzano questo indice sono molteplici. A questo proposito vorrei fare una considerazione sulla continua pubblicazione di dati che ci vengono quotidianamente forniti dai media. A volte questi dati sono fuorvianti e non fotografano la reale gravità della situazione. Ad esempio, sapere il numero dei nuovi tamponi positivi ha un significato relativo se non si conosce quanti di questi sono sintomatici e quanti sono i casi gravi. Un indicatore importante, che per fortuna nelle ultime settimane è costantemente in discesa in tutta Italia, è il numero di ricoveri in terapia intensiva. Dalla seconda metà di aprile abbiamo avuto, sia nel nostro ospedale sia in tutti gli ospedali italiani, pur essendo stati registrati nuovi contagi, una costante riduzione, se non una completa assenza, di casi gravi di polmonite. L’ultimo ricovero per polmonite nella rianimazione del nostro ospedale risale all’8 aprile. Se questa indubbia osservazione clinica sia stata la conseguenza di una “diluizione” della carica virale dovuta alle misure di lock-down o se qualcosa sia cambiato nell’interazione virus-ospite, non è dato ancora di sapere e attendiamo studi con valenza scientifica che possano fornirci una spiegazione».

Gli operatori sanitari di Torrette durante l’omaggio delle forze dell’ordine

 In autunno dobbiamo aspettarci una seconda ondata? 
«Si teme la seconda ondata in autunno ma al momento non abbiamo alcun elemento che ci permetta di fare previsioni. Gli autorevoli colleghi che nella stampa o in televisione si dichiarano certi di questa possibilità oppure coloro che la negano azzardano previsioni basate solo sulla loro opinione e non su dati scientifici sicuri. Quello che è certo è che il virus è ancora circolante e dire se con l’autunno riesploderà nella sua aggressività non è possibile, anche perché non sembra che il fattore climatico modifichi in modo sostanziale l’andamento dell’epidemia.

La nostra sanità regionale è eventualmente preparata a un ritorno forte del virus?

«Nell’eventualità, ripeto non certa, di una seconda ondata dobbiamo comunque farci trovare preparati e non commettere alcuni errori che, non per colpa ma perché la situazione era nuova e del tutto inattesa, sono stati fatti nel marzo scorso. In particolare mi riferisco al fatto che la strategia attendistica impiegata all’inizio, ovvero usa il paracetamolo e vai in ospedale solo quando compaiono sintomi severi, non ha pagato, portando al ricovero pazienti con malattia avanzata e quindi con prognosi peggiore. Il trattamento deve essere iniziato subito, all’insorgenza dei sintomi, e in tal senso i decisori dovranno investire molto nella sorveglianza territoriale, anche nella nostra regione, al fine di strutturare un’organizzazione in grado di identificare e isolare possibili nuovi focolai di contagio e capace di attuare una strategia terapeutica precoce».

Fino a quando vigeranno le regole di distanziamento, l’obbligo della mascherina nei luoghi al chiuso o nei mezzi di trasporto?
«Le regole del distanziamento, peraltro non sempre seguite e attuate, potrebbero rimanere in vigore fino a quando i contagi non saranno azzerati in tutte le regioni o fino a quando non sarà identificata una terapia valida e sicura o un vaccino efficace, allo sviluppo del quale molti ricercatori in tutto il mondo stanno lavorando».

Ci sono dei consigli che, da esperto, si sente di dare alle persone in questo momento?
«Non ho consigli particolari da dare oltre a quelli che quotidianamente ci sentiamo ormai ripetere da tutti gli organismi istituzionali deputati. Indossiamo la mascherina, almeno negli spazi al chiuso e con maggior densità di persone, manteniamo il più possibile il distanziamento di almeno un metro e curiamo molto l’igiene delle mani con lavaggi frequenti. Pur con queste semplici accortezze ritengo che ci si possa riappropriare di una vita pressoché normale e si possano di nuovo avere relazioni interindividuali, umane e lavorative, la cui mancanza è stata un pesante prezzo che abbiamo dovuto pagare».

Oltre a chi soffre di altre patologie, chi sono le persone più a rischio?
«I pazienti fragili e maggiormente a rischio, come peraltro per tutte le patologie infettive, sono i soggetti anziani o immunodepressi, per malattia neoplastica o trattamenti immunosoppressori. Accanto a tali pazienti, le casistiche hanno dimostrato che maggiormente a rischio sono i soggetti obesi e ipertesi. Va però ribadito che nessuno è immune da un potenziale rischio di infezione e di malattia severa, in quanto purtroppo sono deceduti per covid anche soggetti giovani e privi di patologie associate».

Nel campo della ricerca sul tema, le Marche a che punto sono?
«La drammaticità e la celere diffusione dell’infezione da Coronavirus ha stimolato la Comunità Scientifica internazionale a un grande sforzo di ricerca e si è assistito al rapido fiorire di una moltitudine di lavori scientifici, tesi a conoscere meglio i meccanismi patogenetici della malattia da Coronavirus, alla identificazione di fattori di rischio, alla definizione di percorsi diagnostici, alla validazione di strategie di cura o alla ricerca di nuove proposte terapeutiche. Anche la nostra Università e la nostra Azienda Ospedaliera hanno prodotto e stanno ancora producendo una numerosa serie di lavori scientifici sul tema del Covid. Per quanto riguarda la Pneumologia, abbiamo elaborato, da soli o in collaborazione con altri centri nazionali o internazionali, ben 17 progetti di ricerca alcuni dei quali hanno già trovato pubblicazione su prestigiose riviste scientifiche. Per esempio siamo stati i primi al mondo a identificare il coronavirus nel liquido pleurico (Dott. Mei e Prof.sa Bonifazi, lavoro pubblicato sulla rivista Chest), abbiamo contribuito a documenti nazionali e internazionali sulle modalità di esecuzione della broncoscopia in periodo di pandemia (Prof. Gasparini e Dott.sa Zuccatosta), assieme al Prof. Donati, direttore della Rianimazione Clinica, abbiamo partecipato alla realizzazione di un documento internazionale sull’esecuzione della tracheostomia in pazienti Covid (lavoro pubblicato sulla prestigiosa rivista “The Lancet Respiratory”), e poi abbiamo partecipato a studi multicentrici sul ruolo del lavaggio bronco-alveolare nella diagnosi di Covid, sul ruolo del cortisone e del Tocilizumab nelle polmoniti da Covid, abbiamo valutato per primi in Italia il ruolo di un nuovo strumento a radiofrequenze per la quantificazione del liquido nei polmoni e quindi per il monitoraggio delle polmoniti da Coronavirus, abbiamo proposto per un bando di ricerca del Ministero della Salute due lavori di cui uno sulle modificazioni temporali delle manifestazioni cliniche da Coronavirus (Prof. Gasparini) e l’altro sulla possibilità di monitorizzare a distanza gli effetti della compromissione polmonare quale sequela delle polmoniti Covid (Prof.sa Bonifazi)».

Qual è il consiglio che darebbe a uno specializzando che si trova ad affrontare un’emergenza simile a quella che ha vissuto nei mesi scorsi?
«È il consiglio che do sempre ai giovani che si apprestano a iniziare il loro percorso professionale nell’affascinante campo della pneumologia, specialità importante anche al di fuori della pandemia Covid. Le malattie dell’apparato respiratorio costituiscono nel loro insieme una delle maggiori, se non la maggiore, se considerate nel loro complesso, causa di morbidità e di mortalità nel mondo intero. Il principale determinante che porterà soddisfazioni ai giovani medici e ai pazienti che a loro si affideranno è la passione che deve sovrastare ogni momento della loro vita professionale. Alla passione va affiancata la determinazione e, in situazioni di emergenza come la pandemia Covid, anche il coraggio, con la consapevolezza che questa drammatica epidemia ci ha fornito l’occasione per vivere un’esperienza formativa professionale e umana unica».

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La giornalista Adriana Malandrino, che collabora con Cronache Ancona, ha ottenuto un sostegno dall’European Journalism COVID-19 Support Fund (www.europeanjournalism.fund) per sostenere un’informazione corretta, verificata e aggiornata durante la crisi dovuta al Covid-19. Per svolgere nel migliore dei modi il  lavoro vi chiediamo di inviare all’indirizzo email redazione@cronacheancona.it le vostre domande. Si cercherà di rispondere, tramite verifiche, approfondimenti, e la voce degli esperti, alle domande che verranno poste. Questo infoCovid-19 è possibile anche grazie a voi.

 

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