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Api, 240 fori nel perimetro del TK61
per verificare l’ipotesi
di inquinamento del sottosuolo

FALCONARA - Le operazioni sono state svolte nell'ambito della perizia affidata dal pm Irene Bilotta all'ingegner Gabriele Annovi sul serbatoio al centro dello sversamento di idrocarburi avvenuto nell'aprile 2018
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Foto d’archivio

 

di Giampaolo Milzi

Il “paziente”, ovvero il mega tank n°61 dell’Api, sottoposto per l’intera giornata di oggi ad una delicata operazione “chirurgica”, concretizzatasi nell’apertura di decine e decine di buchi, che dovrebbe arrivare a toccare la consistente quota di 240 circa, operazione a sua volta funzionale a successive indagini tecnologiche di alta valenza giudiziaria. Insomma, una giornata campale a Falconara Marittima, iniziata alle 8 del mattino, con perforazioni che pare si siano protratte fino in serata e forse si prolungheranno in futuro. Il Tk 61, del diametro di circa 100 metri, è quello protagonista del primo fascicolo d’inchiesta aperto dal sostituto procuratore della Repubblica, Irene Bilotta, a seguito del grave incidente che nell’aprile 2018, durante una esercitazione anti-incendio, determinò la fuoriuscita dal malandato tetto della struttura (inclinatosi) di una pestilenziale nube, esalazioni di idrocarburi che per una settimana si fecero sentire fino a Senigallia. Ma l’attività perforativa di oggi non è legata alle ipotesi di reato in prima battuta ipotizzate dal pm, tutte riferite alle esalazioni potenzialmente nocive sprigionatesi in quelle maledette giornate primaverili di un anno fa. Bensì, alla seconda ipotesi di reato, più pesante, che il pm ha formalmente rubricato il 10 settembre scorso, quando aveva conferito un incarico peritale integrativo al consulente d’accusa ing. Gabriele Annovi: c’è da verificare infatti l’illecito di inquinamento del terreno sotto la cisterna, in quanto forti sono i sospetti che in passato si siano verificate perdite e quindi infiltrazioni di vari tipi di idrocarburi misti ad acqua. Se tali fuoriuscite sono state reali, esistono situazioni di contaminazione del sottosuolo? E di che grado? Questi difficili interrogativi hanno attivato la preannunciata fase di accertamenti d’inchiesta andata in scena oggi.

Il pm Bilotta

A dirigere le operazioni, l’ing. Annovi, uno dei massimi esperti italiani di petrolchimici e profondo conoscitore dello stabilimento Api di Falconara. Presenti, sul posto, funzionari e dirigenti della raffineria, e naturalmente il personale di una ditta specializzata, incaricata delle necessarie perforazioni. Che, tramite l’uso di speciali trapani, sono state praticate lungo il pavimento cementizio della stradina che separa (circoscrivendoli) il Tk61 dal suo bacino di contenimento. Da quanto è trapelato, una volta raggiunto il numero di fori sufficienti previsto dal piano di verifica, o forse anche prima, scatterà la seconda fase delle indagini, anche queste “hi tech”, basata sulla tecnica della tomografia assiale. Nei pertugi saranno infilati degli elettrodi che emettono impulsi tali da poter compiere accertamenti volumetrici della composizione del terreno ipogeo, e quindi di eventuali parametri di discontinuità compositiva e altre anomalie configurative. I dati raccolti dagli elettrodi, presumibilmente analizzati da un computer, potranno dare un primo quadro della situazione. In base al quale si procederà poi a carotaggi (prelievo di terreno) per analisi ben specifiche. Presente alle operazioni di oggi, anche il dott. Fabio Amici, membro e consulente dell’Acu/Marche. Associazione parte lesa, l’Acu, nel primo procedimento penale (esalazioni nell’aria ed eventuale inquinamento “underground”) aperto dal pm Bilotta, assieme alla “Onda Verde” di Falconara e ad altri 1028 soggetti, per lo più cittadini falconaresi. Nel fascicolo d’inchiesta sul serbatoio 61, l’ipotesi di inquinamento del terreno si aggiunge agli altri reati già ipotizzati – tra cui gettito pericoloso di cose, eco-illeciti colposi, lesioni personali colpose come conseguenza degli altri reati – a carico di 16 dipendenti dell’azienda falconarese, tra questi l’amministratore delegato di Api raffineria Giancarlo Cogliati e altre 15 persone (molti colleghi dell’alta sfera dirigenziale). Va ricordato che l’inchiesta sul Tk61 è di fatto collegata al secondo procedimento penale attivato nel novembre 2018 sempre dal pm Bilotta, che riguarda due cisterne “gemelle” del 61, il Tk62 e il Tk59, posizionate ai due fianchi della prima, ma che a differenza di questa sono dotate di doppio fondo. Il procedimento bis era scattato dopo una relazione su una anomalia fatta pervenire al pm, nell’agosto 2018, dai vigili del fuoco. Reduci da una delle periodiche ispezioni sulle cisterne effettuate su input del Comitato tecnico regionale di controllo. I vigili avevano aperto i rubinetti che consentono alle spie di drenaggio di accertare l’effettiva tenuta stagna della struttura a doppio fondo dei Tk62 e 59. I due fondi sono separati da un’intercapedine, e in quello spazio i vigili del fuoco hanno accertato la presenza di acqua con tracce di idrocarburi infiltratasi dalla copertura del fondo superiore. Iscritti nel registro degli indagati, per questo procedimento bis, il già citato amministratore delegato Cogliati, e Daniele Bandiera, ad dell’Api spa con sede a Roma, più almeno altri due alti dirigenti del gruppo di gestione del petrolchimico. Nei loro confronti c’è da verificare l’ipotesi di inquinamento di sottosuolo. Il che, in pratica, concretizza il sospetto che tutta la fascia di suolo su cui insistono i tre tank sia in parte contaminata a causa di perdite di idrocarburi misti ad acqua.
Le indagini tecniche sui TK62 e 59 sono in uno stato avanzato. Sempre sotto la guida del perito d’accusa, Annovi, sono già stati controllati i bacini basamentali di contenimento che inglobano e circondano le cisterne. E grazie alla sofisticata tecnica della tomografia elettrica sono stati effettuati accertamenti volumetrici nel terreni sotto i bacini, che fanno sospettare parametri di discontinuità compositiva anomala proprio nei terreni.

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