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Mancini: «La regione sta franando
Noi manterremo la nostra promessa»

MARCHE 2020 - Il candidato presidente sconfitto commenta il risultato elettorale. Il grazie di Romina Pergolesi per gli oltre 9mila voti ottenuti da "Marche coraggiose"
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Il professor Roberto Mancini

«È tempo di dare seguito alla nostra promessa e di farlo con lo stesso entusiasmo che abbiamo messo nella campagna elettorale. Perciò dobbiamo prenderci cura di “Dipende da Noi” perché diventi uno strumento di azione politica sempre più radicato e capace di promuovere la ricostruzione di una regione che in questa fase sta franando e che le elezioni hanno consegnato al peggiore sistema di potere che potesse darsi». Così il candidato governatore Roberto Mancini commenta il risultato delle elezioni regionali. «Non abbiamo timore né alcun senso di inferiorità, abbiamo il desiderio e la passione di migliorare l’opera che abbiamo iniziato. Un buon inizio. È quello che finora abbiamo realizzato nella politica marchigiana. Il risultato numerico delle elezioni regionali di per sé ci dà amarezza, ma il nostro risultato politico resta fecondo. Scoraggiarsi adesso sarebbe tipico di una mentalità che ragiona sempre solo in termini di potere e di quantità, una logica inadatta a condividere la strada di “Dipende da Noi”.

Abbiamo avuto il primo rispecchiamento di quanto la nostra proposta sia arrivata a chi vive nelle Marche. Il dato numerico dice che 16.874 persone ci hanno accordato il loro consenso. Non è poco. È il principio di un cammino per ottenere la rappresentanza nell’istituzione regionale. La percentuale del 2,2 indica un insuccesso elettorale, ma il dato, letto tenendo conto del contesto, indica la realtà di un seme forte e buono, che va coltivato da subito con grande consapevolezza e tenacia». Mancini elenca una serie di ostacoli che ha dovuto affrontare tra cui l’epidemia e il campanilismo marchigiano, oltre al richiamo al voto utile e alla presentazione della lista comunista «surreale e con effetto ridicolo, m la chiave per comprendere i fatti non sta in questo elenco di difficoltà, benché tutte rilevanti. La chiave interpretativa per capire la vicenda elettorale odierna sta nel riconoscere che ci siamo andati a inserire nel bel mezzo di una lunga e vasta frana morale, culturale, economica, sociale, istituzionale. Le Marche stanno vivendo da tempo una pericolosa mutazione genetica della loro identità: da regione dinamica a regione economicamente stagnante e socialmente disgregata; da regione dotata di una qualità di vita elevata a regione abbrutita, disorientata, disposta a credere ai richiami politici più volgari; da regione inserita nelle aree più avanzate d’Italia a regione travolta da una decadenza generalizzata, dove d’istinto ognuno pensa a sé e dove intanto si riorganizzano gruppi di potere che attingono alla mentalità neofascista. A fronte di tutto questo, il modo di governare delle ultime Giunte regionali (Spacca, Ceriscioli), unito all’incredibile arroganza, incompetenza e miopia dei dirigenti del Partito Democratico, ha reso inarrestabile la frana. Noi ci siamo trovati nel pieno di questo pericoloso processo di mutazione genetica avendo il coraggio di portare una proposta radicalmente differente, una proposta potenzialmente capace di avviare l’inversione di tendenza perché mirata alle contraddizioni reali della situazione regionale. Ma la sproporzione tra la potenza del vortice del degrado in atto e le nostre forze era grande. Il nostro 2,2 % viene da qui. Ora se crediamo al nostro impegno, al compito del prendersi cura del bene comune, al valore del gruppo di persone e delle relazioni che abbiamo costruito, non possiamo che affrontare la situazione attuale con fiducia e con la determinazione di coltivare ancora meglio il seme che abbiamo piantato. Non è assolutamente il tempo dello sconforto o delle recriminazioni. Spesso negli ambienti tradizionali della sinistra “radicale” c’è la passione di dividersi, di trasformare ogni minima differenza di analisi o di valutazione in una questione di identità che porta alla rottura con gli altri. È un riflesso inconsapevole di quell’individualismo e di quel narcisismo che, a dispetto della professione di “comunismo” e di radicalismo, si sono fatti strada anche e proprio in questi ambienti. Noi invece abbiamo fatto leva sull’essenziale che ci unisce. Siamo stati comunitari e non individualisti. Abbiamo agito non per la nostra identità o per il nostro orgoglio, ma per responsabilità. È dunque con la stessa responsabilità che oggi non possiamo che scegliere di onorare l’impegno che ci siamo presi apertamente e ovunque con le donne e con gli uomini che abbiamo incontrato. Abbiamo promesso che avremmo continuato la nostra opera. Ed è quello che faremo. Meglio, più organizzati, più capaci di arrivare in tutte le zone della regione».



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