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Lavoro addio dopo il primo figlio
per 906 marchigiani

OCCUPAZIONE- Negli ultimi due anni in continuo ed ampio aumento il fenomeno delle dimmissioni delle madri lavoratrici e dei padri lavoratori, secondo i dati del ministero del lavoro e Ires-Cgil Marche. Le difficoltà a conciliare le mansioni in ufficio e le esigenze di cura dei bambini portano molti genitori a scegliere di restare a casa
martedì 21 Marzo 2017 - Ore 17:37
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La segretaria Cgil Marche, Daniela Barbaresi

 

di Agnese Carnevali

Lavoro o famiglia. Si presenta di nuovo, prepotente, la necessità di fare una scelta di vita drastica, che si pensava superata in tempi moderni. E a trovarsi di fronte alla decisione non sono più, come un tempo, solo le donne, sebbene continuino ad essere più numerose, ma anche gli uomini. A dirlo sono i dati forniti dal ministero del Lavoro ed elaborati dall’Ires Cgil Marche. Nel 2015 sono stati complessivamente 906 le madri lavoratrici ed i padri lavoratori che hanno lasciato il lavoro durante la gravidanza o subito dopo la nascita di un figlio. In quasi la totalità dei casi si tratta di persone di nazionalità italiana (86%). Un fenomeno in continua ed ampia crescita, registrando un + 41% rispetto ai due anni precedenti. In particolare, sono state 760 le lavoratrici che si sono dimesse volontariamente nei primi 3 anni di età del figlio, convalidando le dimissione alla direzione provinciale del lavoro. Una scelta, che in questo periodo di crisi economica, durante la quale un posto di lavoro è prezioso, è molto sofferta. Cosa porta dunque un genitore a mollare il lavoro? Nella maggior parte dei casi analizzati, la difficoltà fino all’impossibilità di conciliare i compiti da svolgere in ufficio con le esigenze di cura dei figli.

I DATI NEL DETTAGLIO

Secondo i dati forniti dal ministero del Lavoro ed elaborati dall’Ires Cgil Marche, nel 2015 906 genitori hanno detto addio al posto di lavoro per prendersi cura della prole. Di questi, 760 sono state lavoratrici dimessesi “volontariamente” nei primi 3 anni di vita del figlio convalidando le dimissioni alla direzione provinciale del lavoro. Ad esse andrebbe aggiunto, fa presente la Cgil, il numero, difficile da quantificare, delle mamme lavoratrici non tenute alla convalida delle dimissioni alla direzione provinciale del lavoro, per non parlare delle tante lavoratrici precarie per le quali la maternità significa spesso la perdita di ogni speranza di rinnovo del contratto. Alle 760 madri si aggiungono 146 padri lavoratori licenziatisi sempre nel 2015. L’incremento del numero delle lavoratrici dimissionarie va di pari passo con il calo delle nascite. Nelle Marche in continua diminuzione da anni: nel 2015 sono nati 11.904 bambini e cioè 729 in meno rispetto a 2 prima (-6%) e 2.733 in meno rispetto al 2008 (-19%).

I MOTIVI CHE SPINGONO A LASCIARE IL POSTO DI LAVORO

Su tutte le ragioni che portano a gettare la spugna, prevale la difficoltà di conciliare il lavoro con le esigenze di cura dei figli. Ciò vale per 291 lavoratrici e lavoratori complessivi, pari al 32% del totale (percentuale in linea con quella nazionale). Ad essere determinante nella scelta di rassegnare le dimissioni, in primo luogo ci sono: la mancanza di una rete parentale di supporto (156 lavoratrici e lavoratori, pari al 17% del totale), la mancanza di posti nell’asilo nido (75 lavoratori e lavoratrici, 8,3%) e gli elevati costi dei servizi di cura al bambino, quali asili nido e babysitter (60 lavoratrici e lavoratori, 7%). Nello specifico, dallo studio emerge che sono solo 6 i padri che hanno lasciato il lavoro per esigenze di conciliazione tra il lavoro e famiglia, a fronte di 285 madri, a riprova che il lavoro di cura è ancora quasi esclusivamente a carico delle donne.
Significativo anche il numero di coloro per i quali è stata la mancata concessione del part time da parte dell’azienda, a rendere inconciliabile il lavoro con la genitorialità (5%). Si tratta in particolare di 46 lavoratrici ed un lavoratore.
In aggiunta, va considerato che altre 131 persone (tra cui un solo uomo) (15% del totale) hanno lasciato il lavoro per dedicarsi interamente alla famiglia e in particolare alla cura dei figli, per un totale di 47% di lavoratrici dimissionarie che nel 2015 hanno optato per un esclusivo ruolo familiare.

Osserva Daniela Barbaresi, segretaria della Cgil Marche: «da questi dati emerge come siano soprattutto le donne a decidere di lasciare il lavoro alla nascita di un figlio, e come le ragioni alla base delle loro dimissioni segnalino, spesso, la solitudine di troppe lavoratrici costrette a fare i conti con una rete di servizi inadeguata ai bisogni e i cui costi sono spesso troppo elevati per tante famiglie alle prese con le difficoltà economiche rese esasperate dalla crisi. È sempre più evidente – aggiunge Barbaresi – la necessità che il diritto al lavoro possa realmente coniugarsi con quello alla maternità. Per questo occorrono misure concrete e durature, frutto di una strategia complessiva che riconosca la centralità del lavoro delle donne con un sistema di infrastrutture sociali idoneo a rispondere ai bisogni delle madri, dei padri e dei bambini. Se da un lato la priorità è creare nuovi posti di lavoro, dall’altro, occorre mettere in condizioni chi il lavoro ce l’ha, di poterlo mantenere serenamente».

L’IDENTIKIT DELLE MAMME CHE LASCIANO IL LAVORO

La maggior parte delle lavoratrici non è più giovanissima e ha un’età compresa tra 26-35 anni (58% dei casi) e tra 36-45 (30%), sostanzialmente in linea con la media nazionale e che conferma l’età mediamente elevata alla nascita del primo figlio. In effetti, la maggior parte di coloro che lasciano il lavoro presenta le dimissioni dopo la nascita del primo bambino (63%); significativo anche il numero di coloro che hanno due figli (28%) o più (5%). Limitato, invece, il numero di coloro che lasciano il lavoro durante la gravidanza (4%).
Nella maggior parte dei casi, e in misura superiore al dato nazionale, si tratta di lavoratrici con figli con meno di un anno di età.
Le imprese dalle quali le lavoratrici provengono sono prevalentemente di piccole e piccolissime dimensioni, quasi sempre non sindacalizzate, e dove probabilmente è più difficile trovare risposte adeguate alle nuove esigenze di flessibilità richieste dalla nascita di un bambino: il 65% delle aziende che le donne lasciano quando nasce un figlio ha meno di 15 dipendenti (56% a livello nazionale) e il 16% ha tra 16 e 50 dipendenti.
Vi è un rapporto inversamente proporzionale tra le dimissioni e l’anzianità di servizio delle lavoratrici madri che si dimettono: il 51% di essi ha un’anzianità lavorativa inferiore a 3 anni e per il 38% l’anzianità va dai 4 ai 10 anni, percentuali di poco superiori a quelle nazionali. Nella quasi totalità dei casi, si tratta di lavoratrici con qualifiche operaie e impiegatizie.
Le donne dimissionarie provengono principalmente dai settori dei servizi (39%) e del commercio (24%) seguiti dall’industria (20%). Per un significativo numero di lavoratrici non viene specificato il settore produttivo di provenienza.

Dalla consigliera di parità, Patrizia David, giunge la conferma del fatto che le difficoltà di conciliazione lavoro/famiglia sono preponderanti nell’insieme dei casi che, nel corso di questo suo primo anno di incarico, le sono stati sottoposti. Dice infatti la docente: «piccole e grandi aziende, pubbliche e private, e anche di livello nazionale, purtroppo appaiono accomunate dalla difficoltà a trovare, in accordo con la lavoratrice madre (raramente il lavoratore padre) quelle soluzioni di flessibilità, anche temporanee, che aiuterebbero la dipendente ad affrontare nella maniera migliore il suo doppio ruolo, di madre e lavoratrice».

 

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