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Oseghale, versioni opposte dei teste:
«Disse che Pamela morì di overdose»

PROCESSO - Il compagno di cella del nigeriano, l'anconetano Stefano Giardini, smentisce il primo testimone sentito in aula: «Quando arrivò da noi volevamo sapere con chi avevamo a che fare. Prima negava, poi ha ammesso di aver fatto a pezzi il corpo. E’ successo perché aveva paura che la compagna scoprisse quello che era accaduto e voleva far sparire tutto. Nega di averla uccisa»
mercoledì 6 Marzo 2019 - Ore 19:58
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Innocent Oseghale questa sera all’uscita del tribunale (foto Falcioni)

 

di Gianluca Ginella e Leonardo Giorgi

Due versioni diverse, da un lato quella dell’ex collaboratore di giustizia (lo è stato fino al 2012) Vincenzo Marino, dall’altra quella di Stefano Giardini, compagno di cella di Innocent Oseghale. Se Marino dice che il nigeriano gli confessò il delitto di Pamela, Giardini dice l’opposto: «Ci disse che morì di overdose». Giardini, 53 anni, anconetano, ex finanziere, è stato il secondo testimone sentito oggi al processo di Corte d’assise che si è svolto al tribunale di Macerata. Prima di lui è stato ascoltato Marino, appunto. Giardini è stato sentito per circa 3 ore dopo la testimonianza durata quasi altrettanto tempo, resa dall’ex collaboratore. Pure Giardini sostiene di aver ricevuto confidenze dal nigeriano 30enne e che sostiene come Marino abbia fatto delle promesse agli altri compagni di cella di Oseghale per riuscire ad avvicinarlo e a ottenere da lui delle confidenze. Il testimone è Stefano Giardini, 53 anni, di Ancona.

Nel corso della sua testimonianza ha spiegato che «Quando arrivò Oseghale nella nostra cella, non eravamo contenti. Però volevamo capire con chi avevamo a che fare e gli abbiamo fatto una sorta di processo per sapere da lui cosa avesse fatto e la sua versione. La prima cosa che ci disse non ci aveva convinto. All’inizio negava tutto, e di essere stato in quella casa. Ma poi dopo averci conosciuto meglio si aprì e ammise che era a casa quando Pamela morì» ha detto Giardini, ex finanziere. Sempre secondo Giardini, Oseghale aveva conosciuto Pamela ai Giardini Diaz, e «lei lo aveva avvicinato chiedendo una sigaretta e poi gli aveva chiesto se avesse della droga. Oseghale disse che non aveva eroina ma solo marijuana». Così chiamò Desmond Lucky. Anche secondo Giardini «Oseghale disse di aver avuto un rapporto sessuale con Pamela, in un sottopasso del parco di Fontescodella. Poi erano andati a prendere la droga».

L’ingresso in tribunale del superpentito Vincenzo Marino (foto Falcioni)

Giardini ha sottolineato che in carcere «Oseghale sembrava più preoccupato che la compagna venisse a sapere di quella scappatella con la ragazza che non di una condanna». In questa versione Pamela si sarebbe sentita male dopo aver assunto droga e Oseghale dopo essere uscito e essersi incontrato con un amico a cui aveva chiesto aiuto era tornato e aveva trovato Pamela morta. Era preoccupato della compagna che doveva arrivare il giorno dopo e che di solito voleva che lui riprendesse l’interno della casa nel corso di videochiamate con lei per essere sicura non ci fossero delle donne – ha detto Giardini –. Non sapeva come mascherare le tracce, così andò in un negozio cinese ma non trovò sacchi abbastanza grandi per mettere il corpo. Allora maturò l’idea di fare a pezzi il corpo». Secondo il compagno di cella, Oseghale «voleva disfarsi del corpo gettandolo in alcune pozze d’acqua a Sforzacosta ma mentre era in auto sul taxi ricevette una lunga telefonata dalla compagna e il taxista superò Sforzacosta e arrivò a Casette Verdini. Lì allora gettò poi i trolley».

Giardini ha detto di essersi molto interessato della vicenda di Oseghale perché voleva scriverci un libro. Il nigeriano gli aveva anche consegnato un memoriale in inglese che lui aveva poi tradotto. «Volevo chiamare il libro Innocent». Sempre secondo il testimone quando Oseghale fece a pezzi il corpo della 18enne, «lei era già morta. Lui dice che era morta di overdose». Sul testimone Marino ha detto: «Oseghale non lo frequentava, se poteva lo evitava perché non si fidava di lui. Una notte successe un brutto episodio. Un nostro compagno di cella, Stefano Re, seguì Oseghale in bagno e gli chiese di dargli la documentazione relativa alle indagini che lo riguardavano». «Marino ha fatto promesse ad altri due compagni di cella di Oseghale, Re e Gentian Xhafa, per riuscire ad avvicinare Oseghale. Poi è riuscito ad ottenere i documenti da Oseghale in modo che da un giorno all’altro ha potuto conoscere tutto della vicenda» dice l’avvocato Gramenzi, difensore insieme al legale Simone Matraxia, di Oseghale. La versione di Marino è invece che Oseghale ha ucciso Pamela perchè la ragazza voleva andarsene dalla sua casa e tornare a Roma. Così le diede una coltellata, ha riferito nel corso della sua testimonianza.

Una udienza che è durata circa dieci ore dove sono stati sentiti anche altri due compagnia di cella, appunto Re e Xhafa e uno dei carabinieri del Nucleo investigativo del reparto operativo dei carabinieri di Macerata, il luogotenente Domenico Spinali, che ha riferito sulle indagini. Per altri carabinieri che dovevano essere sentiti sono stati acquisiti i verbali.

Il supertestimone al processo: «Oseghale iniziò a tagliare il corpo quando Pamela era ancora viva»

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