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Botte e insulti alla moglie:
«Sei donna, qui comando io»
Condannato a 7 anni

LA SENTENZA del tribunale di Ancona per tunisino accusato di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale. Alla donna andranno 30mila euro di risarcimento. Stando alle accuse, l'imputato avrebbe chiuso in casa la vittima, impedendole anche di avere rapporti con i familiari
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Foto d’archivio

 

Sette anni di reclusione e 30mila euro come risarcimento per la vittima. E’ il contenuto della sentenza emessa ieri dal collegio penale per un 33enne di origine tunisina finito a processo per i reati di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale. Parte civile al processo, quella che ormai è la sua ex moglie, di dieci anni più giovane dell’imputato. E’ stata lei, nel 2017, a denunciare gli abusi subiti dal coniuge a partire dal 2014, quando abitavano a Jesi. Fin dall’inizio del matrimonio, la donna aveva lamentato poche attenzioni da parte del marito, sospettando anche che lui la tradisse. Una volta avute le prove della relazione fedifraga, l’uomo l’avrebbe riempita di botte, con calci e pugni. Stando a quanto denunciato, in varie occasioni, quando lui usciva, sarebbe anche arrivato a segregare la moglie in casa, chiudendo la porta a chiave e impedendole di avere rapporti con i suoi familiari. Alla scoperta della gravidanza, nel gennaio 2015, si sarebbero acuiti i maltrattamenti, anche morali. «Sei una stupida, incapace, imbecille, non vali niente, devi stare zitta. Sei una donna, qui comando io» le avrebbe detto l’imputato. Nel 2016, la parte offesa ha raccontato di aver pizzicato il marito mentre stava guardando dei filmini pornografici sul telefonino. Nelle vicinanze c’era la piccola nata da pochi mesi. Vistosi scoperto – secondo la procura –  l’uomo aveva reagito prendendo per le braccia la moglie e colpendola al viso con uno schiaffo. Stando al capo d’imputazione, gli episodi di violenza sessuale sarebbero avvenuti anche quando lei era incinta. Nel 2017, l’abbandono della casa familiare e la denuncia sporta alla Squadra Mobile di Ancona. La difesa, rappresentata dall’avvocato Paolo Cognini, ha sempre respinto ogni contestazione, negando le violenze denunciate dalla donna e sostenendo l’assenza di dati oggettivi (come la mancanza di testimoni e referti medici) per supportare la tesi accusatoria della procura. Scontato il ricorso in appello. La donna era parte civile con l’avvocato Laura Versace.

(fe.ser)

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