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Indagine Api: oltre cento certificati
medici presentati dai cittadini

ANCONA – Previsti nuovi sopralluoghi al serbatoio incriminato TK61, dopo i due precedenti ispezioni di ottobre e novembre. Avranno valore di prova per le indagini che vedono 16 indagati tra i vertici della raffineria
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I controlli scattati il 12 aprile sera alla raffineria (foto d’archivio)

di Giampaolo Milzi

Sono oltre 100, forse anche 200, le persone “appestate” in modo piuttosto significativo dalle esalazioni seguite all’indicente dell’ 11 aprile scorso al serbatoio TK61 della raffineria Api, esalazioni che per almeno una settimana si sono fatte sentire da Falconara Marittima fino a Senigallia. Tutti soggetti che hanno presentato certificato medico ai carabinieri e ai colleghi del Noe, ed entrati come parti lese, assieme ad altre centinaia (cittadini singoli o riuniti i gruppo) di querelanti nell’inchiesta penale coordina dal sostituto procuratore della Repubblica Irene Bilotta. Un’inchiesta la cui corposità e complessità è evidenziata anche da alcuni numeri: 1030 parti offese complessive, 16 indagati, tra cui l’amministratore delegato dell’azienda, Giancarlo Cogliati, di cui 15 (tra i quali alcuni colleghi dell’alta sfera dirigenziale) per getto pericoloso di cose (esalazioni nocive e moleste sprigionate nell’aria), inquinamento ambientale colposo, lesioni personali colpose come conseguenza degli altri reati; uno raggiunto da avviso di garanzia anche per il mancato rispetto delle norme di sicurezza. Già, le norme di sicurezza e l’inclinamento del serbatoio-tappo della cisterna che ha determinato la fuoriuscita e la stagnazione di nafta sul tetto della struttura dalla quale si è sprigionata l’ondata maleodorante che ha inquinato l’aria con diffusione di benzene ed altre sostanze chimiche (derivanti da idrocarburi) potenzialmente nocive per la salute pubblica. Nonostante lo strettissimo riserbo mantenuto dalla procura, fonti ben informate di Palazzo di Giustizia, e non, confermano l’alto numero di sopralluoghi tecnici compiuti alla presenza degli uomini del Noe nello stabilimento falconarese e sul tetto del TK61, molti di più dei due, con le modalità di atti giudiziari irripetibili (aventi cioè valore di prova qualora si arrivi alla fase dibattimentale di un processo), datati 26 ottobre e 7 novembre scorsi di cui ha già dato notizia Cronache Ancona. Ed ai quali ne seguiranno altri. E’ confermato, tuttavia, che proprio a seguito del sopralluogo dei 26 ottobre e di quello del 7 novembre – ai quali hanno partecipato, oltre al perito della procura, i consulenti di parte, ovvero quello dell’Api, quello in rappresentanza di 135 parti lese (tra cui l’associazione “Onda Verde” di Falconara e l’esperto legale Fabio Amici, per conto dell’Associazione consumatori Marche/Acu) – si è avuta una sostanziale sorta di prova del “nove” sull’ipotesi, già in prima battuta formulata dagli inquirenti, sulla dinamica dell’incidente e sullo stato in cui versava e versa il mega-conteninore del diametro di circa 100 metri: quel maledetto 11 aprile alcuni addetti del petrolchimico avevano azionato delle pompe “sparando” grosse quantità d’acqua sul tetto-tappo del TK61, una struttura molto sofisticata, come tutto il serbatoio, gravata da diversi “acciacchi” e da alcune situazioni di deterioramento; l’operazione (finalizzata alla produzione di una certificazione anti-incendio) e caratterizzata dalla forte pressione esercitata dai gettiti acqua, aveva causato uno sbilanciamento del tetto-tappo galleggiante e consentito la fuoriuscita del prodotto ancora presente sul fondo. Prodotto, uno strato tipo “morchia” di sostanze grasse/oleose e nafta – anche questo aspetto pare ormai confermato – che non ci sarebbe dovuto essere. La stessa dirigenza del petrolchimico, del resto, aveva ammesso già a metà maggio che l’uso del TK61 doveva subire uno stop nel febbraio 2017 per interventi di manutenzione. Svuotato della nafta per consentire la realizzazione di un doppio fondo, si erano poi rinviati gli interventi, e sul fondo erano rimasti scarti di lavorazioni.
Parti della superficie della delicata componente “tetto a tappo” (orientabile in altezza a seconda dello stato di riempimento del tank), pregressa assenza di manutenzione, eventuale malfunzionamento delle pompe con funzione di filtro inserite nell’intercapedine del tappo e quindi assenza di una perfetta tenuta stagna di una cisterna che in ogni caso presentava al suo interno ancora sostanze pericolose (circostanza a rischio, come avrebbero segnalato prima dell’11 aprile ai vertici del|’Api e poi ai Noe alcuni lavoratori dell’Api). Queste le prime conclusioni cui è pervenuto – pur non avendole ancora relazionate al pm Bilotta – il suo consulente/perito principale, l’ing. Gabriele Annovi, già in passato occupatosi dell’Api e grande esperto di impianti tipo quello falconarese e presente a tutti gli accertamenti peritali più importanti avvenuti in raffineria. Il quale dovrà eseguirne almeno un altro (sempre con valore di atto irripetibile) prima di disegnare un quadro preciso sui fatti col magistrato.
Altra figura di rilievo nell’inchiesta, il chimico Sergio Cozzuto (presente con Annovi nello stabilimento già il 21 maggio per acquisire documentazione aziendale), il quale sta incontrando – e questa è un’altra notizia – alcune difficoltà nello svolgere il particolare incarico affidatogli dal pm: valutare l’entità della contaminazione dell’atmosfera e l’esistenza di un nesso di causalità coi danni alla salute pubblica in rapporto al malfunzionamento del serbatoio di nafta probabilmente tipo “Virginia”. Il Noe non è stato infatti ancora in grado, a distanza di mesi, di consegnargli tutti i dati delle centraline Arpam sui rilievi di sostanze che, dopo l’incidente, avevano contaminato l’atmosfera e l’ambiente territoriale. Acquisiti i dati di picchi di concentrazione di benzene il 17 aprile nel quartiere di Villanova, parziali quelli sugli idrocarburi non metanici (Nmhc) raccolti il 12 aprile a Fiumesino e Falconara Alta. Vero che alcune centraline di monitoraggio dell’aria erano stranamente spente. Sta di fatto che l’Arpam, in collaborazione con il Comune di Falconara, non avrebbero fornito un dossier con le cifre di concentrazione degli inquinanti ancora completo.
Inchiesta penale a parte, grande attesa, per l’assemblea pubblica convocata dai gruppi organizzati di residenti di Falconara “Onda Verde” e comitato “Mal’aria”, oltre che da “Trivelle zero Marche” e “Italia Nostra” per mercoledì 28 alle 21,15 presso la sala Mutuo Soccorso a Falconara Alta, alla quale sono stati invitati tutti gli assessori e consiglieri regionali, oltre ai presidenti della Giunta e del Consiglio regionale. Un’iniziativa volta a fare il punto su questioni molto rilevanti legate all’Api: il lancio di una campagna popolare “Sos 2020” sul tema della scadenza e dell’eventuale rinnovo delle modalità di concessione d’esercizio (legata, peraltro, al modo in cui procede l’iter del tavolo di coordinamento in Regione per il riesame dell’Aia- Autorizzazione integrata ambientale e le sue prescrizioni in termini di criticità a livello di manutenzione impiantistica); l’aggiornamento del Pee – Piano emergenza esterno di competenza del prefetto e del Comitato tecnico regionale – Ctr (scaduto e quindi inadeguato, secondo comitati e associazioni, che ne chiedono il totale rifacimento; il resoconto sui nuovi dati sanitari (Registro tumori tra la popolazione – settembre 2018) concernenti Falconara.



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