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Daniela, primario contagiato, sta meglio:
«Passare da medico a paziente è dura,
voglio tornare dalla mia squadra»

L'INTERVISTA - Daniela Corsi, originaria di Ancona, dirige il reparto di Rianimazione all'ospedale di Civitanova. E' in isolamento da qualche giorno: «Da ieri non ho più la febbre. Chiamo continuamente i mie colleghi, mi sento come se li avessi abbandonati. Ma non mi sto abbattendo»
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Daniela Corsi

 

di Federica Nardi

Daniela Corsi, primario di Rianimazione a Civitanova originaria di Ancona, è risultata positiva al Coronavirus e ora si trova in isolamento a casa. È la prima del personale  del reparto ad essere stata contagiata. «La mia amarezza è che mi sento come se avessi abbandonato la mia squadra – dice -. Ma non mi sto abbattendo, voglio tornare a lavorare».

Quando ha saputo di essere positiva?

«L’ho saputo martedì scorso. Lunedì sono stata male e mi hanno fatto subito il tampone».

Che sintomi aveva?

«Avevo innanzitutto tantissima nausea e freddo. Poi brividi molto forti che mi hanno portato fino a 38 di febbre. Ho iniziato immediatamente la terapia standardizzata dai medici infettivologi».

Come si sente oggi fisicamente?

«Meglio, è il secondo giorno che non ho febbre. Sono in isolamento a casa, ho una mansarda che mi consente di stare completamente isolata da mia madre».

Lei è stata da subito in prima linea, come sono state queste settimane di lavoro?

«Praticamente in tutti gli ospedali si è creato un clichè uguale. Siamo immersi 12 ore al giorno in situazioni in cui per la scarsità dei Dpi (dispositivi di protezione individuale, ndr) a volte non si possono fare neanche le pause, perché altrimenti dovremmo cambiarli. Se arrivano possiamo farle, altrimenti 6 ore di turno continuativo senza bere né andare al bagno. Siamo tutti distrutti psicologicamente e fisicamente. Medici e infermieri. Il lavoro non è pesante, di più. Perché sono pazienti che richiedono anche movimentazioni, comporta quindi un impegno fisico da parte di tutto il personale. Ci sono momenti di pianti e disperazione e invece a volte ci uniamo in circolo e ci diamo forza l’uno con l’altro dicendo che ce la possiamo fare e ce la dobbiamo fare».

Le protezioni annunciate sono arrivate?

«Le famose Fp2 pare che siano arrivate ma non so se sono sufficienti. Quando ero sul campo sbraitavo e alla fine arrivano. Senza nulla togliere a nessuno, però rendetevi conto che noi rispetto agli altri abbiamo il nostro viso su quello del paziente. Quando intubiamo devi stare sopra al paziente, non puoi restare a un metro. Con noi dovevano avere cura che non ci mancassero mai queste mascherine. Abbiamo rinunciato anche alle pause. Però adesso questi giorni pare che ci siano, ma secondo me non bastano mai».

È in contatto con i colleghi?

«Nonostante non sia presente fisicamente sto sempre lì. Li chiamo continuamente. La mia amarezza è che mi sento come se li avessi abbandonati. Ci siamo riscoperti una squadra non forte, fortissima. Unita e compatta. Lo eravamo anche prima ma ora ancora di più. La squadra è favolosa, dai medici, agli infermieri, agli oss. A me dispiace tantissimo che mi sia capitata questa cosa, non ci voleva proprio. Anche una unità in meno ha una sua valenza».

Un messaggio che le andrebbe di condividere

«Innanzitutto passare da medico a paziente è dura lo stesso però, sarà per carattere, non mi sto abbattendo. Mi sto dando tanta forza. Un po’ perché voglio tornare a lavorare e poi mi sono anche detta se dovesse andare in modo negativo mi fido delle persone che ho intorno a me e mi affido a loro. Però non bisogna mai demordere, bisogna tenere duro e andare avanti».

 



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