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La bimba non ha speranze,
decide di partorire lo stesso:
«Dono immenso anche per pochi istanti»

L'INTERVISTA DELLA SETTIMANA - La toccante storia di Maria Paola Vecchione e di suo marito Marino Bono, coppia di Porto Recanati. La donna ha scelto, dopo aver già perso due bimbi in precedenti gravidanze, di dare alla luce la figlia, pur sapendo che sarebbe morta poco dopo per una grave malformazione. «Ho avuto il privilegio di sperimentare l’amore immenso, infinito ed eterno di una madre e ho dato ad Aurora la dignità di poter morire avvolta dal calore della sua mamma e del suo papà»
giovedì 14 Marzo 2019 - Ore 20:23
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Maria Paola Vecchione e Marino Bono

 

di Claudia Trecciola

La vita è un dono celeste e la sua bellezza infinita va al di là del tempo destinato su questa terra: se anche fosse solo qualche attimo quello che ci è concesso di vivere, il miracolo si compie ad ogni gemito di bimbo, ad ogni sorriso ingenuo che ci spalanca le porte della felicità del paradiso e dona alle mamme e ai papà momenti di eternità. Aurora è una bimba dolcissima nata il 14 gennaio di quest’anno da Maria Paola Vecchione e Marino Bono, una giovane coppia di Porto Recanati che aveva atteso con tanta trepidazione questa gravidanza, dopo aver già vissuto la dolorosa esperienza della perdita di due figli, avvenuta nei primi mesi di gestazione. Alla gioia della nascita però ha fatto da eco la tragedia di un distacco quasi immediato, già annunciato dai medici con una prognosi infausta all’esame morfologico eseguito da Maria Paola alla fine del  quarto mese di gravidanza. Un’ecografia di II livello, svolta al Centro di diagnosi prenatale di Loreto dal dottor Alessandro Cecchi, aveva diagnosticato la presenza in Aurora di una malattia rarissima: la displasia tanatofora. La bimba sarebbe morta soffocata alla nascita perché le ossa del costato non crescevano, così come gli altri arti del corpo, e i polmoni non si sarebbero potuti espandere. «Perché una simile disgrazia proprio a noi, che avevamo sofferto tanto in passato per la perdita di due bimbi?», si chiedevano smarriti i coniugi, ma a questa domanda non c’erano risposte. Mille interrogativi e dubbi sono piombati improvvisamente addosso ai giovani sposi che nella disperazione del dolore hanno trovato conforto e speranza nella fede. La coppia aveva concepito Aurora nel mese di maggio durante un pellegrinaggio a Medjugorie e  quello che avevano considerato un miracolo ricevuto dalla Madonna si stava trasformando in una tragedia. Eppure Maria Paola sostenuta dall’amore sincero di Marino e da tante persone che, a vario titolo, le sono state vicine ha scalato insieme a suo marito e con coraggio il suo Everest, perché ha voluto testimoniare al mondo, nonostante tutto,  il suo inno alla vita e la sua lode all’amore di Dio.

Maria Paola, in un mondo che vuole imporci la perfezione a tutti i costi, il miracolo della vita di Aurora, la sua scelta controcorrente, cosa ci comunica?

«La breve vita di mia figlia Aurora ci comunica che la perfezione è ben diversa da ciò che intende la società attuale: la sua esistenza non è stata un’imperfezione, qualcosa che non ha avuto valore perché destinata a non avere seguito in questa terra. Tenendola fra le braccia ho capito tutta la bellezza e la straordinarietà della vita, un dono immenso che ha senso di essere vissuto anche per pochi attimi. Ho avuto il privilegio di sperimentare l’amore immenso, infinito ed eterno di una madre e ho dato ad Aurora la dignità di poter morire avvolta dal calore della sua mamma e del suo papà. Per questo motivo ritengo che la mia scelta di portare avanti la gravidanza era l’unica soluzione possibile, al di fuori della fede cristiana sono certa che, anche da un punto di vista prettamente umano, non potevano esserci altre “scorciatoie” apparentemente meno dolorose».

Come ha vissuto la difficile gravidanza? Dove ha trovato la forza per andare tenacemente avanti?

«I primi tempi sono stati i più difficili, molte persone vicine a noi consideravano del tutto inammissibile la decisione di non abortire. Io non riuscivo a capire e ad accettare questa gravidanza, così ho cercato di intensificare la preghiera, nella consapevolezza che Dio è buono e che vuole sempre il nostro bene, anche se a volte non capiamo i suoi piani. Nella sofferenza ho cambiato la relazione che avevo con il Signore, sperimentando una vicinanza maggiore e un dialogo più diretto con Lui. Certo, non è stato facile portare in grembo una figlia che sapevo di dover lasciare, ma allo stesso tempo la presenza di Aurora mi infondeva forza, quando sentivo che si muoveva e che mi dava tanti calcetti, come per dimostrarmi che c’era e che io ero la sua mamma. La mia bambina è stata sempre in posizione podalica, con la testa sotto al mio cuore, strette in un grande abbraccio fino alla sua nascita: io la accarezzavo e le parlavo, provando una grande tenerezza e cercando di vivere in pienezza ogni momento che mi era concesso di stare con lei. Aurora, in cambio, mi donava tanta pace e sicurezza: avevo il privilegio di accompagnare questo angelo che avrebbe sfiorato la terra in Paradiso.

Forse le parole non bastano a descrivere la gioia della nascita e il dolore immediato della perdita, tutto condensato in pochi, ma irripetibili attimi.

«Appena Aurora è venuta alla luce ha emesso un gemito e mi ha fissata con i suoi occhioni azzurri, accennando un sorriso: un istante di eternità, un soffio di vita che ci ha ripagato di tutte le sofferenze provate. Staccato il cordone ombelicale non ha più potuto respirare, ma il suo cuoricino ha continuato a battere per più di un’ora. In questo tempo l’ho tenuta sempre fra le mie braccia, scaldandola con il mio corpo e coprendola con la copertina regalata dalla nonna dove era stata ricamata la scritta : “Aurora ti voglio bene”.  La mia bambina è rimasta attaccata alla vita più che ha potuto, non voleva lasciarci. Quando è arrivato il momento della separazione il mio cuore si è spezzato. Aurora è stata vestita con l’abitino rosa che le avevo preparato e avvolta con tanta cura in un telo di plastica bianco. Marino l’ha presa in braccio accompagnandola all’obitorio, dove è stata lasciata sola, il suo corpicino al quale sarebbe dovuta spettare una calda culla ora stava su un tavolo freddo, lontano dalla mamma e dal papà . Quando mio marito è tornato però  ha detto una frase bellissima: “Non piangere Maria Paola perché Aurora è qui con noi, il suo corpo è un involucro”. Infatti il mio amore era già in paradiso, fra le braccia del vero Padre e della Mamma Celeste, insieme ai suoi fratellini Maurizio e Margherita.

Suo marito in questa vicenda ha avuto un ruolo non secondario, vero?

«Marino è stato un marito eccezionale perché mi ha rispettata, pur non capendo in profondità la mia scelta, mi è stato vicino con tutto l’amore, cercando di farmi forza, spesso nascondendo le lacrime. Io sono stata sempre sostenuta dalla fede, ma lui ha maturato questa decisione di apertura alla vita trovando un senso profondo e umano a ciò che stava accadendo. Entrambi eravamo consapevoli di accompagnare la nostra bambina fin dove avremmo potuto,  perché lei in pancia stava benissimo ed “eliminare” quello che per la maggior parte delle persone costituiva un problema sarebbe stato solo un atto egoistico che apparentemente ci avrebbe fatto soffrire di meno, ma che in realtà non sarebbe stato così.

Il supporto del dottor Cecchi e del Centro di diagnosi prenatale di Loreto cosa hanno significato?

«Il dottor Cecchi e la sua fantastica équipe ci hanno fornito un grande supporto sia da un punto di vista scientifico che umano. Ci hanno accompagnati con grande professionalità, assistendomi nella gravidanza e monitorando Aurora con ripetute ecografie e visite specialistiche. Il loro aiuto è andato ben oltre l’aspetto lavorativo, ci hanno seguiti nella difficile strada che avevamo intrapreso con la loro vicinanza e organizzando la nascita di Aurora, stilando un protocollo pieno di attenzioni e di accortezze. La mia riconoscenza non sarà mai abbastanza nei confronti del dottor Cecchi e di tutti i suoi collaboratori».

Il Cif di Loreto ha assegnato, domenica scorsa, a lei e suo marito Marino la mimosa d’oro 2019. Quale messaggio vuole dare alle mamme che dovessero trovarsi a vivere gravidanze come la sua?

«Come ho già affermato in occasione della Giornata Internazionale della Donna, organizzata domenica scorsa dal Cif, vorrei dedicare il riconoscimento della Mimosa d’oro 2019 alle madri che apprezzano il valore e la bellezza della vita fin dal suo concepimento. Dico a tutte le donne che dovessero trovarsi a vivere una situazione simile alla mia di ascoltare in profondità il loro cuore di mamma in quanto, come dice Chiara Corbella: “Dio mette la verità dentro ognuno di noi e non c’è possibilità di fraintenderla”. L’apertura alla vita, in qualsiasi forma essa si presenti, indica l’unica via percorribile perché conduce alla pace profonda e alla gioia vera».

I due anni del Centro di diagnosi prenatale di Loreto: oltre mille i casi nel 2018

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