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Vicolo della Serpe abbandonato:
il degrado e la sporcizia
in una delle stradine dell’Ancona che fu

REPORTAGE - Una passeggiata in uno degli scorci più suggestivi nel centro storico del capoluogo. Cocci, pezzi di intonaco distaccatisi al suolo, bottiglie rotte, fenditure e buchi nelle murature, cavi elettrici e di servizio allo scoperto, piante infestanti, scritte in vernice spray. In attesa di una vera riqualificazione, la speranza di un intervento di illuminotecnica moderno ed efficiente
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Vicolo della Serpe

 

di Giampaolo Milzi

Ci sono almeno un paio di serpi, in Vicolo della Serpe. E i topi “di città”. Notizia che non sarebbe stata tale nel tardo Medioevo. E nemmeno – ancora di sicuro nel ‘700 – quando la stradina si tuffava da piazza San Francesco direttamente nel rione porto, ed era spericolatamente percorsa da piccole carrozze a cavalli col cocchiere che guidava ritto in piedi sulla cassetta anteriore del mezzo (da qui il toponimo “della Serpe”). Perché a quei tempi, beh, l’igiene pubblica non era ancora considerata una decisiva priorità dai governanti.

Ma oggi, iniziato da un po’ il terzo millennio, il vicolo – uno dei pochi scampati alla strage compiuta dai bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale in tutto il centro storico di Ancona – rappresenta una sorta di civicamente blasfemo inno al degrado e ad una sorta di rimozione del “genius loci” dell’antica e stratificata memoria urbanistica del capoluogo dorico. Provare per credere, compiendo con cautela il tragitto iniziando dalla parte mare, là dove termina, in una specie di piazza, la porzione sopravvissuta di via Saffi. Il primo tratto pianeggiante – dove recentemente è stata bonificata una mega-discarica a seguito di un report-denuncia pubblicato su Cronache Ancona – è tutto un susseguirsi di crepe, buche e avallamenti nell’asfalto, luridume, calcinacci. Siamo sul fianco sinistro – per chi arriva da lungomare Vanvitelli – dell’omonimo residence. Ed ecco che al termine di quel fianco, il vero accesso dell’originario vicolo è quasi invisibile, in quanto le fronde di un fico ultra centenario giungono quasi fino al suolo. Mentre le radici si sono così profondamente inoltrate nel terreno poco sopra, da aver prodotto con la loro spinta vitale una lunga frattura nel muretto di contenimento, che potrebbe crollare, chissà, da un momento all’altro.

La passeggiata prosegue in ripida salita, tortuosa, con svolte a 90°, con alcune lunghe parti a gradini, una specie di moderno ponticello in ferro sospeso a margine di un cortile deserto, e altri metri e metri di selciato sconnesso. Oscuro anche di giorno, stretto, incuneato tra i palazzi che salgono in quota fino a piazza San Francesco, lo stradello è incorniciato, più volte, in alto, da suggestivi archi ed archetti, balconcini. E nonostante tutto conserva parte del fascino che ha avuto per secoli. Quando vi si incontrava il popolino dei residenti e dei lavoratori del quartiere porto (anch’esso raso al suolo dalla guerra), ma anche qualche famiglia nobile o della borghesia altolocata. Odori e profumi di cucine casalinghe, i colori dei panni stesi e delle piante fiorite curate dalle massaie, l’eco delle chiacchiere sotto l’uscio di modeste casette… tutto sparito. Restano cocci, pezzi di intonaco distaccatisi al suolo, bottiglie rotte, fenditure e buchi nelle murature, cavi elettrici e di servizio allo scoperto, piante infestanti, scritte in vernice spray e dilagante sporcizia.

In Vicolo della Serpe, infatti, tranne i citati ratti e bisce,  non risiede più nessuno. Incontriamo solo una porta sprangata, col campanello rotto, di un alloggio (forse dello Studentato) vuoto. E poi un’altra, di porta. Che, di lì’ a poco, scopriremo essere l’ingresso a un vano di proprietà della famiglia Moneta-Talevi, che ha il suo appartamento in un elegante palazzo che dà su piazza San Francesco. La signora Talevi è una delle poche persone che quindi si avventurano nel vicolo. «Eh sì, questo caro vicolo, andrebbe valorizzato e ripulito. E a ripulirlo, nella parte alta, ogni tanto ci penso io», commenta sospirando. Ma Anconambiente che fa? Interviene il marito, l’avvocato Gabriele Moneta, ex presidente del Comitato-associazione per la rinascita del rione San Francesco: «Due anni fa abbiamo sollecitato un intervento dell’Amministrazione comunale, per un rinnovamento radicale del vicolo. Per un paio di mesi le operazioni di pulizia si sono effettivamente svolte, poi sono diventate sempre più rare, hanno aggiustato un lampione, tutto qui».

Il portoncino d’ingresso

Già, i fari d’illuminazione. Ne abbiamo contati solo tre. Un po’ acciaccati. Ma per un intervento di illuminotecnica moderno ed efficiente c’è qualche speranza. Lo studio Marasca-Sardellini si è infatti aggiudicato un bando del Comune per nuovi impianti di illuminazione in gran parte del centro antico. L’architetto Andrea Marasca, anche lui del Comitato: «Stiamo ultimando il progetto (pronto tra un paio di giorni, ndr.) che comprende anche Vicolo della Serpe. Un progetto legato al piano “waterfront” destinato a ridisegnare soprattutto il fronte architettonico-storico-monumentale dell’area portuale. Ma per questo vicolo, così disastrato e insicuro, occorrerebbe un progetto di riqualificazione generale mirato». In piazza San Francesco, il vecchissimo portoncino in legno d’ingresso, sempre aperto, fatto restaurare nel luglio 2014 dal Comitato, è talvolta un’attrazione per crocieristi e turisti. C’è chi, per una sorta di curiosa scommessa, ci si infila e s’inabissa nel vicolo. Ma siamo lontanissimi da una scommessa amministrativa vincente per il doveroso rilancio turistico – appunto – di Ancona.   

 

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