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Dentro l’area Covid-19 di Torrette:
«Qui si combatte una guerra
contro l’invisibile»

L'INTERVISTA a un'infermiera del nosocomio regionale, impegnata ormai da venti giorni nella gestione dell'emergenza. «Anche quando sono a casa, ho il cuore e la testa in ospedale, il pensiero va ai pazienti che ho lasciato poco prima. Se mi avessero detto che avrei affrontato una situazione simile sarei stata incredula e avrei pensato a un film di fantascienza»
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Infermieri e medici di Torrette pronti ad entrare nell’area Covid

 

 

di Alberto Bignami

Quattro lunghe, interminabili, ore nella postazione Covid-19 di Torrette. Chi sta qui, vive quella che è la realtà del Coronavirus. Sono i medici e gli infermieri di Torrette. Gli abbiamo chiesto come vivono l’emergenza perché per noi è inimmaginabile. Li abbiamo sentiti chiamare ‘eroi’, li abbiamo sentiti chiamare ‘angeli’, ma finché non ci si parla e non li si ascolta, non si comprende realmente la grande importanza che realmente hanno. Siamo riusciti a contattare un’infermiera di Torrette che, insieme ai tanti suoi colleghi, sta vivendo in prima linea questa guerra contro il Coronavirus. E i suoi occhi, servono ad aprire i nostri.

Lei lavora nell’area Covid. Cosa si fa prima di entrare in quell’ambiente?
«Devi bere, perché poi non lo si può più fare per le successive 4 ore e si deve sperare di non avere la necessità di dover andare in bagno perché una volta dentro l’area, non si può uscire. Bisogna legare i capelli in un determinato modo, così la cuffia e la maschera non tirano, perché non ci si può più toccare. Ci si tolgono anelli e tutto il resto, fede compresa. E dopo anni di matrimoni, sempre tenuta all’anulare, fa un brutto effetto».

Voi siete completamente bardati.
«Sì, e nonostante siano davvero tanti anni che lavoro al pronto soccorso di Torrette, una volta vestiti non ci riconosciamo. Spesso capita di chiedere: “Tu… chi sei?”. Questo perché abbiamo visibili soltanto gli occhi. Indossiamo doppi guanti, calzari fino alle ginocchia e per farlo ci aiutiamo tra colleghi perché i camici hanno alcune taglie solamente, e ci si adatta: se sono più larghe rispetto alla corporatura, le si stringe con del nastro adesivo. Impieghiamo tra i 15 e i 20 minuti per ‘vestirci’».

Si sarebbe mai immaginata una situazione simile?
«A dir la verità sono incredula. Quando iniziai questo lavoro, se mi avessero detto che avrei affrontato un’emergenza tale, avrei pensato a qualcosa riguardante un film di fantascienza. Questa è una guerra contro l’invisibile».

L’ospedale da campo allestito a Torrette

A contatto con i pazienti Covid, cosa vedono i suoi occhi?
«Purtroppo anche persone che conosco e che poi sono state intubate. Si vede la nonnina che non ha nessuno e che, ‘per fortuna’, soffre di demenza e quindi non sa la situazione che sta vivendo. La si vede che non respira e si vede la dottoressa che le accarezza la testa. Vedi i toraci bianchi di gente che non respira, e ti viene da piangere, ma non lo puoi fare perché hai la maschera, e allora fai di tutto per trattenere le lacrime. Pensi che alcuni, gli anziani, sono soli e che ci sei tu che li conforti, che fai la terapia. Pensi a pazienti ai quali dici che il risultato del tampone non è arrivato anche se invece c’è, ma non lo dici nell’immediato, perché è positivo; e allora lo fai dopo perché vuoi fargli passare un po’ di tempo ancora tranquillo; perché quando al paziente arriva la risposta positiva, viene assalito dalle ansie».

Poi finalmente finisce il turno…
«E diamo anche da mangiare ai pazienti, perché cerchiamo di risparmiare un po’ di vestizioni e di camici poiché se arrivano i colleghi che devono vestirsi e iniziare il nuovo turno, poi i camici finiscono. Cerchi di sovraccaricarti di tante cose per un risparmio. Ognuno di noi lo fa pensando all’emergenza e al fatto che “Così poi abbiamo due dispositivi in più per domani”, perché c’è stato un periodo che siamo stati anche con l’acqua alla gola, con il timore che non arrivassero più le mascherine e il resto».

Tra voi colleghi, come sono i rapporti vivendo questo stress?
«C’è chi potrebbe prendere il congedo parentale ma non ci pensa minimamente perché poi creerebbe problemi proprio ai colleghi. Qui stiamo ‘ballando’ e dobbiamo ‘ballare’ tutti insieme. L’unione fa la forza e comunque sono passati soltanto 20 giorni. Siamo stanchi ma anche molto forti».

Alcuni di voi sono in isolamento
«Sì, e dispiace a noi ma dispiace soprattutto a loro perché sanno che non possono ‘combattere’ insieme a noi. Sanno che quattro persone in meno significa anche coprire i turni loro, e che ciò sovraccarica già la mole di lavoro che abbiamo. Si sentono in colpa nonostante stiano male. Ci pensi e, siamo umani anche noi, hai paura perché speri di non prendere il Coronavirus pure tu, ma sappiamo che un alto rischio sicuramente c’è, e ci è stato detto proprio per esserne consapevoli.  Siamo tanti e siamo una grande famiglia. In momenti di ‘pace’ magari ci si scontra come in tutti i posti di lavoro ma ora, in ‘guerra’, siamo tutti un’unica forza».

L’ingresso dell’ospedale di Torrette

Girano le foto dei vostri volti prima e dopo la mascherina
«Già dopo un’ora abbiamo i segni sulla faccia. Dopo quattro ore abbiamo i solchi: lesioni sul naso tipo da decubito. Le mascherine poi si appannano e non si respira, e ci si sente la bocca secca, asciutta e il naso che prude. Ma non ci si può toccare e non si può bere. Levi la mascherina a fine turno e ti gira la testa, hai la sensazione di stordimento che poi ti porti a casa per il resto del giorno perché hai respirato la tua anidride carbonica mentre eri in servizio».

Poi si torna a casa…
«E hai il cuore e la testa a Torrette. Chiami i colleghi per sapere come stanno i pazienti che ti sono passati davanti durante il turno e con i quali hai condiviso dei momenti. A casa si cerca di lasciare l’ansia fuori dalla porta, si dedica tempo alla famiglia, ai figli. Inventi giochi, quelli che facevamo noi, da piccoli come nascondino, il gioco del fazzoletto ed altri. E andiamo avanti col timore che possa succedere qualcosa a casa. Poi, si torna al lavoro e per fortuna ci sono i nonni ad aiutare chi ha famiglia».

I suoi genitori, cosa le dicono?
«Non ho mi sentito così tante volte mia madre, mio padre e mia suocera ripetermi: “Mi raccomando, stai attenta”. Ci sentiamo tutti i giorni: “Come va? Come stai? Mi raccomando, mi raccomando stai attenta” e io posso solo rispondere con un: “Sì ma’, sto attenta. Ma tu stai tranquilla”».



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