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Crollo ponte A14: «Prima che cadesse,
40 minuti di errori»

ANCONA - È questa una delle ipotesi al vaglio della procura sul collasso del cavalcavia che il 9 marzo 2017 ha ucciso in autostrada i coniugi Diomede. Questa mattina, in tribunale, la seconda parte dell'incidente probatorio dove sono stati ascoltati dal gip i tre operai rimasti feriti nello schianto. Vicina la conclusione delle indagini
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di Federica Serfilippi

Tra lo spostamento del troncone centrale che doveva collimare con i piloni laterali del cavalcavia e il crollo dello stesso sarebbero passati almeno 40 minuti. Un arco di tempo durante il quale, forse, si sarebbe potuta evitare la tragedia che il 9 marzo del 2017 ha ucciso sull’A14 i coniugi Emidio e Antonella Diomede. È questo uno dei dettagli emersi questa mattina in aula durante la seconda parte dell’incidente probatorio legato all’inchiesta sul ponte 167 schiantatosi al suolo più di un anno fa. Davanti al gip Antonella Marrone sono stati ascoltati i tre operai rimasti feriti durante il collasso del troncone, due della ditta Delabech (società esecutrice dei lavori e in subappalto alla Pavimetal del gruppo Autostrade per l’Italia) e uno della Nori Srl, impresa esclusa dalle indagini e dai lavori per l’innalzamento del ponte. Il trio, di origine rumena e residente nel Lazio, è stato interrogato per circa tre ore dai difensori degli indagati (in tutto sono 42, tra persone fisiche e società) per cercare di cristallizzare i momenti di quel 9 marzo. Stando a quanto emerso, poco prima delle 13, sia alcuni operai sia  il responsabile del cantiere si erano accorti dello spostamento anomalo del troncone. Prima dello schianto al suolo sarebbero passati 40 minuti. Ma cosa è successo in questo arco di tempo?  Da quanto emerso e dall’ipotesi della procura, sembra che di tale spostamento non sia stata data alcuna comunicazione alle figure preposte per legge alla gestione delle attività. A sostenerlo è anche la relazione della Commissione parlamentare di inchiesta presieduta dall’ex senatrice Camilla Fabbri (Pd), secondo cui dal momento della rotazione anomalo del ponte fino al collasso non sarebbe stato fatto nulla, o almeno non abbastanza, per evitare che il cavalcavia cadesse contro l’asfalto. Prima che accadesse la tragedia, ci sarebbero state alcune chiamate tra il responsabile del cantiere i vertici della Delabech, con tanto di foto, ma non è stata presa alcuna decisione per arginare le anomalie, come quella di chiudere il tratto autostradale interessato dai lavori alla circolazione. Dice la relazione che, tra l’altro, coincide con le tesi accusatorie: “La necessità di una consultazione telefonica e l’incapacità di adottare subito le misure preventive e protettive dettate dall’emergenza (il ponte sta sfuggendo di mano alla direzione dei lavori ma le persone presenti e quelle assenti non si trovano pronte ad adottare alcuna misura) dimostra che non v’era un programma di sicurezza per fronteggiare l’emergenza in quel cantiere mediante ad es. evacuazione, interruzione del traffico, messa in sicurezza urgente con misure alternative etc.” A capire cosa veramente sia accaduto in quel lasso di tempo sarà compito del pm Irene Bilotta. A breve, dovrebbe chiudere le indagini preliminari dove, forse, qualche posizione potrebbe essere risparmiata, diminuendo il numero degli indagati per cui l’ipotesi accusatoria va dal disastro colposo all’omicidio colposo passando per la violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro. La notifica della chiusura dell’inchiesta potrebbe collimare con l’apertura alla viabilità del nuovo ponte 167, installato due settimane fa. Intanto, dal procedimento sono usciti i figli delle vittime. A un eventuale processo non si costituiranno parte lesa dopo il risarcimento danni avvenuto in sede civile.

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